9. Mi piace la scuola Chan

La scuola Chan indica direttamente la mente umana, fa conseguire l’illuminazione improvvisa e il diventare Buddha; gli scambi di battute penetranti fanno sì che chi è abile nell’argomentare provi grande soddisfazione nell’apprendere, con la sensazione che la via si apra dopo la svolta, che l’ostacolo si dissolva e che si risorga dalla morte. Vedere i patriarchi della scuola Chan rimproverare il Buddha e insultare i patriarchi, parlare della vacuità e parlare dell’essere, custodire i precetti nel cuore senza lasciare tracce: per una persona come me, che ama la libertà e non si cura delle formalità, era da battere il tavolo per l’ammirazione, e subito scelsi di studiare la porta del Dharma della scuola Chan. Non sapevo che, una volta entrati, si scopre che lo studio e la pratica del Chan esigono prudenza e scrupolosità in ogni momento: alla minima disattenzione si cade, se non nella vacuità parziale, nell’essere. Senza il «spolverare di continuo, non lasciare che si posi la polvere» del maestro Chan Shenxiu, è molto difficile comprendere appieno la condizione del Sesto Patriarca: «in origine non c’è alcuna cosa, dove può posarsi la polvere?». Perciò l’illuminazione improvvisa deve necessariamente accompagnarsi alla pratica graduale, e ci dev’essere una vera maestria nella meditazione Chan. I patriarchi della scuola Chan del passato non parlavano degli stati né delle maestrie, ma questo non significa che non ne avessero; molti temi di indagine e koan, che in superficie trattano di visione, in realtà sono tutti stati e maestrie della concentrazione profonda: senza una reale maestria nella pratica, nei tuoi scambi di battute penetranti non sarai mai all’altezza.

Lo Zen parte direttamente dalla natura originaria: si può dire che entri dritto nella tana della tigre. Nella pratica e nella realizzazione, i momenti di culmine si susseguono uno dopo l’altro. Chi possiede grande coraggio e salde fondamenta dovrebbe scegliere lo Zen. (Dire così è solo fare pubblicità allo Zen.)

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