Postfazione: Appunti del cammino del cuore

Praticare e realizzare veramente il Dharma del Buddha è un processo che fa crescere l’anima, la innalza e la conduce alla trasformazione: rende il nostro cuore davvero maturo e capace di accogliere ogni cosa di questo mondo con tolleranza, compassione e amore universale. Altrimenti, per quanto il nostro corpo cresca e gli anni passino, il nostro cuore resta sempre quello di un bambino di pochi anni: si cruccia per le inezie più futili di questo mondo, non riesce a staccare le mani da certi grandi giocattoli, e verso l’uomo o la donna che gli piace è come da piccolo con i genitori: piagnucola, si attacca, e non sopporta di separarsene nemmeno per un passo. Un cuore davvero cresciuto e maturo sa affrontare con serenità qualunque tempesta di questo mondo e sa conservare sempre un atteggiamento umile, sereno e ottimista. Che si tratti di una vita comune o di una vita grande, né gli onori né gli oltraggi lo turbano.

Il Buddha è chiamato anche il Grande Domatore: la sua saggezza, matura e perfetta, sa riportare in ogni momento il proprio stato d’animo alla condizione ottimale. Noi invecchiamo, il nostro corpo giunge a maturità, eppure la nostra saggezza non cresce; anzi, si accrescono le contaminazioni di occhi, orecchie, naso, lingua, corpo e mente, e l’attaccamento alle cose del mondo. Sembriamo scaltri e capaci, mai raggirati e mai in perdita, eppure questa scaltrezza ci procura soltanto delusioni e affanni: quasi ogni giorno compiamo azioni che danneggiano noi stessi.

Il processo di crescita del cuore è la vera apertura della saggezza, e richiede pratica. Praticare significa correggere i nostri comportamenti e le nostre visioni errati; la meditazione seduta, la recitazione del nome del Buddha e gli altri metodi sono soltanto strumenti che ci aiutano a regolare i pensieri e le intenzioni che sorgono nella mente.

Il processo di crescita del cuore talvolta somiglia alla crescita di una persona: ci sono l’infanzia, la fase della ribellione, l’adolescenza, la maturità e il compimento.

Per esempio, quando ho iniziato ad avvicinarmi al Dharma, gli stati della meditazione seduta, i poteri sovrumani, il maestro e i sutra erano come giocattoli scintillanti che attiravano e seducevano la mia mente: ero entrata nell’infanzia della pratica e della realizzazione del Dharma. La curiosità mi ha fatto addentrare passo dopo passo in quel gioco; sentivo di essere entrata in un territorio del tutto nuovo, dove ogni cosa era meravigliosa, al di là di qualsiasi cosa avessi potuto immaginare prima. Ho cominciato a negare me stessa, a negare le regole del gioco della vita; davanti a quel territorio, il mondo intero vacillava davanti ai miei occhi. Con eccitazione ho gettato via ogni precedente riconoscimento della vita, i valori, la concezione dell’esistenza: avevo scoperto un tesoro che mi apparteneva e mi ci sono tuffata a capofitto, pronta a rinunciare a tutto pur di ottenerlo, senza ascoltare le ammonizioni di nessuno. Tutto, in questo mondo, non aveva per me alcun significato; ogni parola del mondo secolare mi suonava vuota e impotente, pallida come carta da parati. Più grande era la resistenza, più sentivo crescere la mia spinta e più grande diventava la mia determinazione a praticare. Ben presto sono entrata nella seconda fase della pratica: la ribellione. Non tolleravo che nessuno denigrasse la mia scelta.

Con l’approfondirsi della pratica, senza che me ne accorgessi, sono entrata nell’adolescenza della pratica. Ho cominciato a smarrirmi: lo smarrimento nasceva soprattutto dall’affanno per la «perdita». Vedevo l’amore, la carriera, le amicizie, i guadagni e gli onori a portata di mano, la vanità, la facciata, l’amor proprio e così via allontanarsi a poco a poco mentre mi dedicavo alla pratica, e nel cuore sorgevano il panico e il senso di perdita. Dicevo di non avere paura di perdere tutto, ma non ero ancora pronta: in realtà c’era molto a cui non riuscivo proprio a rinunciare, che non potevo davvero lasciar andare. Ho cominciato a chiedermi se la mia scelta valesse la perdita che comportava. E persino se l’illuminazione fosse reale.

La pratica e la realizzazione del Dharma assorbivano quasi tutte le mie energie, il mio tempo e il mio denaro. Ho cominciato a sentire che forse, più spesso, avevo bisogno di pane e latte, di risolvere i problemi scolastici dei bambini, di dare a mio marito più attenzioni e amore, di essere filiale verso i miei genitori e di pensare a come far loro trascorrere serenamente la vecchiaia… Le difficoltà della vita mi avevano avvolta come in una rete: vivevo nella fessura tra il mondo secolare e la pratica spirituale. In quel momento non riuscivo a percepire alcun beneficio dal Dharma, ed ero pronta ad arrendermi.

Eppure la piccola fede appena sorta nel Dharma, la conoscenza superficiale, il piacere della concentrazione meditativa assaporato di tanto in tanto mi rendevano incapace di smettere. Davanti ai tanti affanni della vita volevo radermi i capelli e fuggire; davanti alle tentazioni, il cuore tornava ad agitarsi… Le abitudini e i desideri affioravano in ogni momento, eppure in fondo sapevo che tutto è impermanente, tutto è illusione, ed ero io ad aggrapparmi: non riuscivo né a prendere né a lasciar andare. Ogni giorno mi abbandonavo alla dissipazione, poi facevo ammenda, e il giorno dopo ricadevo nello stesso errore… Davanti a molti amici, però, indossavo il volto di una praticante, e quando cercavo una scusa per non assumermi responsabilità verso le cose del mondo aggiungevo una ragione alla moda: «sto praticando». Un vero inganno verso gli altri e verso me stessa!

La saggezza non si era aperta, la visione non era completa, e non riuscivo a unire il Dharma alla vita. Praticavo anche le austerità: praticarle in montagna si può, ma nel mondo terreno non volevo soffrire, non volevo stancarmi per il lavoro, non volevo sopportare alcuna pressione né assumermi alcuna responsabilità. Così l’austerità diventava una scelta intenzionale, qualcosa di voluto e di ostinato, il soddisfacimento di un desiderio di apparire. Questa visione incompleta faceva sì che persino l’austerità consumasse i miei meriti terreni, proprio come godersi la vita nel mondo terreno: il merito spirituale dell’austerità non poteva nascere.

Anch’io vivo nella generosità e nella frugalità, ma senza ridurre di un briciolo la mia avidità. Così la mia generosità diventa una generosità che chiede qualcosa in cambio, la frugalità diventa avarizia e meschinità, e i meriti sono pochissimi.

Poiché faccio spesso queste cose di facciata senza che il cuore cambi davvero, non riesco ad accumulare meriti più in fretta, non sperimento l’aiuto e la benedizione dei Buddha e dei Bodhisattva, non sperimento i benefici che i meriti portano con sé. Se nell’infanzia e nel periodo della ribellione mi sentivo il prediletto del Dharma, nell’adolescenza mi sentivo diventato il figlio abbandonato della vita. In quel momento il cammino interiore oscilla tra il timore di perdere e la bramosia di guadagnare; per la maggior parte del tempo la pratica è una messinscena, con un’aria di austera santimonia.

Man mano che cresce il mio attaccamento al Dharma e si approfondiscono pratica e realizzazione, e soprattutto si rafforza la concentrazione, i pensieri dispersi diventano sempre meno, la mente comincia a purificarsi, il cuore si apre e diventa capace di sopportare e di accogliere; comincio a concentrarmi su una cosa sola, e ogni tanto posso persino sperimentare la gioia di vivere nel presente, assaporando a poco a poco la dolcezza della pratica e della realizzazione, cioè il sapore del Dharma gustato di persona. Sebbene non riesca ancora a risolvere ogni cosa della vita con la saggezza del Dharma, la maggior parte delle volte lo smarrimento nasce dalle impurità delle tendenze abituali e dei desideri, e presto riesco a trarre me stesso fuori dallo smarrimento e dai turbamenti; vedo sempre più chiaramente l’essenza illusoria di questo mondo, le mie aspirazioni si fanno elevate e di molte idee e vedute non mi va di parlare con i ‘sciocchi’ intorno a me; ho la sensazione che tutti nel mondo siano ubriachi e solo io sia sobrio; mente e corpo puri, con un’integrità che incute rispetto; non mi chino più per tre pasti al giorno né per soddisfare i desideri di questo mio sacco di pelle puzzolente; denaro, fama e profitto li considero fango e sterco; del cibo buono o cattivo, del vestire e del curare l’aspetto non mi prendo la briga di distinguere o di badare. Anche restare a stomaco vuoto di tanto in tanto è normale; non sento alcuna amarezza nella vita, e non provo più grande attaccamento per questo mondo… Sto entrando gradualmente nel periodo della maturità.

In questo periodo le tendenze abituali e i desideri non sono ancora stati eliminati: la bramosia e l’attaccamento verso l’illuminazione non sono più santi della bramosia del mondo terreno, e inoltre bramo la purezza, non voglio immischiarmi troppo nelle faccende del mondo; con i compagni di pratica che mi sono cari amo fare discorsi vanagloriosi, con vedute e teorie profonde e insondabili, come se fossi un Buddha o un Bodhisattva tornato in questo mondo; la ‘superbia’ mi segue come un’ombra…

A poco a poco capisco che tutto questo non è affidabile: molti conflitti del mondo terreno non sappiamo ancora affrontarli con mente limpida né risolverli in modo armonioso; a volte ci lasciamo ancora trascinare per il naso da desideri e tendenze abituali, ci importa ancora del giudizio e dell’opinione degli altri su di noi; solo su certe questioni non facciamo più distinzioni né calcoli, ma l’attaccamento all’io non è ancora spezzato. C’è sempre un ‘io’ che mi fa da ostacolo, che mi impedisce di unirmi davvero all’universo, alla natura e a tutti gli esseri, cioè di ‘unirmi al Dao’. Se non riusciamo a unirci a tutti gli esseri, a raggiungere l’assenza della forma dell’io, l’assenza della forma della persona, l’assenza della forma degli esseri senzienti, in realtà non riusciremo mai a penetrare davvero la fonte di tutti i fenomeni, né a comprendere a fondo l’essenza e la verità di tutte le cose. ‘Non si conosce il vero volto del Monte Lu, perché si è dentro questa montagna.’ E per spezzare l’attaccamento all’io dobbiamo nutrire amore universale e compassione; per giungere alla perfezione, solo quei ‘sciocchi’ con cui non volevi parlare possono aiutarti, solo gli esseri senzienti possono farti realizzare. Cominciamo così a entrare nel periodo della perfezione. La consapevolezza vigile risplende chiara e luminosa; correggiamo a fondo ogni nostro pensiero e ogni nostra intenzione che sorgono; è un po’ come raschiare l’osso per curare il veleno, come sacrificare la vita per la giustizia. Finché il sé non muore, la grande Via non si manifesta: torniamo nel mondo terreno, il cammino interiore ricomincia, diventa semplice e ordinario; cominciamo a cogliere la grandezza nell’ordinario, cominciamo a diventare dei Bodhisattva capaci di giovare davvero a tutti gli esseri in modo disinteressato: la grande compassione dello stesso corpo e l’amorevolezza senza condizioni, che sorgono in ogni piccolo istante del mondo terreno.

Solo allora possono sorgere i veri meriti, e i loro benefici si manifestano all’istante.

L’acqua scorre, i fiori sbocciano.

Yang Ning

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