La Via delle Stelle — 6. Mettere piede sull’Isola dell’Origine

Non sapeva quanto tempo fosse passato. Sulla superficie verde di un lago aprì gli occhi e si vide sdraiata su un gigantesco fiore di loto. Si mise a sedere e scoprì un intero mare di loti. Su un loto poco distante, Duozhi sedeva a occhi chiusi, emanando una luce che si faceva ora fioca ora vivida; di tanto in tanto del veleno, come vapore, gli si levava dal corpo. Dabei stava ancora chiedendosi cosa fosse successo, quando si accorse che in lei c’era qualcosa di strano: il suo corpo si era trasformato in un corpo di vetro trasparente, e dentro quel corpo di vetro brillavano l’una dopo l’altra colonne di luce. Mosse mani e piedi: il corpo era diventato più leggero, quasi non ne avvertiva più l’esistenza. Dabei fu felicissima, perché capì di essersi disintossicata. Pensò che quello doveva essere il luogo del Divino dalle diecimila mani e dai diecimila occhi, e che anche Duozhi doveva aver ricevuto l’aiuto del Divino per essere diventato così. Non appena lo pensò, le venne in mente la sua missione: si alzò subito e si guardò intorno in ogni direzione, cercando di scorgere il mare.

«Divino dalle diecimila mani e dai diecimila occhi, dove sei?» In un istante, diecimila raggi di luce dorata accorsero da ogni direzione verso un unico punto, e nel luogo in cui i raggi si radunarono apparve una vecchietta dai capelli completamente bianchi. La vecchietta discese dall’aria fino ad arrivare davanti a Dabei e disse:

«Figlia, ti sei svegliata?»

«Ehm… signora, è lei che mi ha salvato? Lei è il Divino dalle diecimila mani e dai diecimila occhi?» chiese Dabei, emozionata, guardando la benevola anziana davanti a sé.

«Bambina, poco fa nel Regno dell’Illusione della Luce siete stati tutti immobilizzati dalla luce divina; sono stata io a portarvi qui. Io non sono il Divino dalle diecimila mani e dai diecimila occhi, sono solo la sua ancella. Il Divino vive sull’Isola dell’Origine, laggiù davanti: guarda». Seguendo la direzione indicata dal dito dell’anziana, Dabei vide non lontano un’isola solitaria, circondata da una foschia bianca sconfinata, insondabile: non si capiva se fosse acqua o luce.

«Bambina, vieni dal Re Duobao Ruyi?» chiese all’improvviso l’anziana.

«Come fa a saperlo?» Dabei sussultò, sorpresa.

L’anziana si mise a ridere con un «eh eh»; mentre la vecchietta rideva, Dabei sentì un’ondata di calore scorrerle per tutto il corpo.

«Sono stata sul vostro pianeta. La gemma mani sul tuo petto e lo specchio divino dell’occhio celeste sono entrambi tesori del Re Duobao Ruyi.»

Mentre parlava, l’anziana guardava il petto di Dabei; anche Dabei, senza poterne fare a meno, abbassò lo sguardo e solo allora si accorse che, da quando era diventata un corpo di vetro, la gemma mani e lo specchio divino dell’occhio celeste si erano separati dal suo corpo e, poiché il corpo era trasparente, si potevano vedere direttamente dall’esterno.

«Nonnina, ha visto mio padre, il re?» Sentendo che l’anziana era stata sul suo pianeta, Dabei fu felice oltre ogni aspettativa.

«Dunque sei davvero la figlia del Re Duobao. Il Re Duobao è davvero misericordioso: ha mandato persino sua figlia su un pianeta dove si radunano i Cinque Veleni».

L’anziana non si curò di rispondere alla domanda di Dabei: continuava soltanto a lodare la bambina, piena di ammirazione.

«Il Divino dalle diecimila mani e dai diecimila occhi mi ha incaricata di aspettarti qui: sono più di duecento anni che aspetto. Finalmente sei arrivata. Mi ha detto di consegnarti questo libro».

Mentre parlava, l’anziana prese un libro dalla borsa di stoffa che portava con sé. Dabei lo prese subito con entrambe le mani e vide che sulla copertina c’era un grande carattere «yuan». Dabei osservò quel carattere, chiedendosi che cosa significasse. All’improvviso il carattere cominciò a ruotare sulla carta, sprigionando innumerevoli raggi di luce dorata. Quella luce si congiunse per un istante con la luce bianca che Dabei aveva dentro di sé, e il bagliore dorato venne assorbito nel suo corpo. Il carattere sulla copertina scomparve in seguito. Dabei aprì il libro: le pagine erano completamente bianche. Sfogliò in fretta l’intero volume: non c’era una sola parola. Vedendo l’espressione smarrita di Dabei, la vecchia signora disse: «Figliola, questo è il Libro Celeste Senza Parole. Se avrai un legame karmico con esso, ti mostrerà parole o immagini per aiutarti e guidarti».

Dabei disse: «Anziana signora, può portarci all’Isola dell’Origine? Vorrei incontrare al più presto il Divino dalle diecimila mani e dai diecimila occhi».

L’anziana sorrise con aria misteriosa: «Figliola, sull’Isola dell’Origine non si può andare senza un legame karmico. Vedi, intorno all’isola c’è un abisso profondo diecimila zhang, e sotto ci sono vapori velenosi e un mare di veleno. Un tempo nove draghi malvagi dimoravano in questo abisso; poi furono domati dal Divino e divennero le divinità protettrici dell’isola. I regni illusori dell’isola mutano in modo imprevedibile. Duecento anni fa salii su quest’isola. Vi abitavano il Re Leone, fenici, pavoni e ogni sorta di uccelli rari e animali straordinari; allora, stando sul Monte Zixing, vedevo spesso l’isoletta avvolta da nubi di buon auspicio. E dalle nuvole multicolori giungeva spesso una musica eterea e melodiosa, da cui spiccavano il volo fenici dorate. Ma in questi duecento anni, sopra l’isola ho visto soltanto nubi cupe e foschia desolata: di ciò che accade all’interno dell’isola non so più nulla».

«Il Divino vive ancora lì?» chiese Dabei.

«L’isola non è grande: una volta che ci sarai, lo saprai da te». Sul viso dell’anziana riapparve un sorriso carico di significato. Poi si alzò e disse: «Figliola, la mia missione è compiuta: ora devo andare. Abbi cura di te». Senza lasciare che Dabei dicesse qualcosa, l’anziana si trasformò all’improvviso in miriadi di raggi dorati che si dispersero in ogni direzione. Ciò che si raduna prende forma; ciò che si disperde diventa qi. Dabei restò a fissare attonita il luogo in cui l’anziana era svanita, colma di meraviglia.

La Via delle Stelle – 6: Mettere piede sull’Isola dell’Origine (parte centrale)

«Dabei!» Duozhi si svegliò e, dal loto, si avvicinò a Dabei. Liberato dal veleno, era diventato raffinato ed etereo, con un portamento da vero immortale.

«Duozhi, poco fa siamo usciti dal Regno dell’Illusione della Luce e il tuo veleno è stato eliminato», disse Dabei a Duozhi con entusiasmo.

Duozhi sembrava non aver sentito: se ne stava davanti a Dabei, gli occhi fissi su di lei, con un’espressione di stupore tale da non riuscire a dire una parola.

«Duozhi!» gridò Dabei a gran voce, e solo allora Duozhi tornò in sé.

«Dabei, come hai fatto a diventare un corpo di cristallo? È davvero incredibile!»

«Perché ti agiti? Hai dimenticato che noi, abitanti del nostro pianeta, siamo tutti incarnazioni di luce?»

«E che importa? Oh, Dabei, non ho mai visto nessuno diventare così. Quando vivevo nel Regno dell’Illusione del Buddha, sentii un maestro di grotta dire che il loro vecchio maestro di grotta era diventato proprio così; allora non gli credevo, e invece tutti possono davvero diventare così.»

«Smettila di guardarmi. Abbiamo ancora cose importanti da fare, non è vero?»

Dabei raccontò brevemente a Duozhi quello che era appena successo.

«Duozhi, dobbiamo assolutamente arrivare su quell’isola, ma adesso come facciamo ad andarci?» Per un attimo nemmeno Duozhi riuscì a trovare una buona soluzione. In quel momento videro che il libro celeste tra le mani di Dabei emetteva una luce dorata. Dabei lo aprì subito, e alcuni grandi caratteri dorati le apparvero davanti agli occhi: «Nove draghi a raccolta». Dabei si entusiasmò.

«Duozhi, il libro celeste ci ha indicato come arrivare sull’isola.» Anche gli occhi di Duozhi si illuminarono. Ma come si fa a far radunare i nove draghi? Attesero in silenzio per un po’. Il libro celeste ricominciò a brillare e apparve una riga di testo: «Lancia la gemma mani». Dabei e Duozhi rimasero entrambi di stucco.

«Duozhi, questo libro è straordinario. Come fa a sapere che abbiamo la gemma mani?» Detto questo, Dabei chiuse subito gli occhi ed entrò in contemplazione. Vide la gemma mani precipitarsi all’improvviso verso la sommità del suo capo; sulla sommità si aprì uno spiraglio da cui sbocciò un loto, e la gemma mani fu deposta sul cuore del fiore. Dabei la estrasse dal loto. La gemma mani di per sé non emetteva luce, ma poteva riflettere ogni cosa di questo pianeta, con una luce molto morbida. Duozhi vide che Dabei aveva davvero estratto la gemma mani e rimase un po’ esitante.

«Dabei, questo è un tesoro del nostro pianeta. Possiamo decidere da soli di lasciarlo qui?»

«Duozhi, non è importante. Quando tornerò lo spiegherò a mio padre, il re. Quello che conta è trovare il Divino.» Udite queste parole, Duozhi prese la gemma e la lanciò verso il cielo sopra l’isola solitaria: subito una luce bianca abbagliante sfrecciò verso il cielo dell’isola. In un attimo risuonarono ruggiti di drago assordanti, lunghi e profondi come echi in una valle ventosa, che echeggiarono per tutto il Monte Zixin. Nove colonne di luce dorata si levarono dalle valli profonde e si gettarono tutte insieme sulla gemma mani. «Ah, i nove draghi a raccolta!» Il cielo scintillava d’oro e numerosi serpenti dorati guizzavano e volteggiavano; la gemma mani divenne un alone bianco che danzava in un mare di luce dorata. Duozhi e Dabei erano sbalorditi da quello spettacolo strano e magnifico. D’un tratto un lampo enorme e abbagliante attraversò il cielo, un tuono esplose come se le montagne crollassero e la terra si squarciasse, accompagnato da alcuni ruggiti di drago. Duozhi e Dabei rischiarono di svenire per quel fragore assordante.

Quando rinvennero, sopra la piccola isola non c’era più nulla: un ponte ad arco, simile a un arcobaleno, si stendeva dall’isola fino ai loro piedi. Sul ponte brillava una luce tenue, come se scaglie di drago scintillassero. Duozhi e Dabei lo attraversarono con cautela; quando misero piede sull’isola, il ponte svanì lentamente nel cielo. Messo piede sul sentiero, davanti agli occhi di Dabei e Duozhi si stese uno spettacolo desolato: l’isola era invasa dalle erbacce e ovunque si vedevano ossa di animali. Dalle paludi fangose saliva a ondate un fetore disgustoso e nauseante. Avevano appena fatto qualche passo quando Duozhi gridò: «Dabei, guarda!» Non lontano, tra l’erba, giaceva un enorme leone dal mantello bianco che li fissava con occhi grandi come campanacci. Duozhi si mise subito davanti a Dabei, temendo che il leone si lanciasse all’improvviso su di loro. Dabei guardò gli occhi vuoti e spenti del leone e provò una sensazione di averlo già visto; il leone si avvicinò a loro. Solo allora i due notarono che era così magro da essere quasi ridotto a uno scheletro: camminando, il corpo vacillava per la debolezza. Eppure, a un primo sguardo, manteneva ancora un portamento maestoso, senza nulla togliere all’aria fiera del re.

«È il Re Leone?» gridò Dabei al leone, con affetto. Il leone parve capire la domanda di Dabei e, con fare amichevole, le si avvicinò, tendendo la lingua per leccarle la mano. Duozhi, un po’ eccitato, allungò la mano e accarezzò la testa del leone; Dabei stava per trattenerlo, quando sentì Duozhi esclamare «Ahi!». La mano era già stata trafitta in più punti dalle setole irsute del Re Leone, che spuntavano in ogni direzione, e dal palmo di Duozhi sgorgò sangue bianco. Dalla gola del Re Leone si levò un cupo ringhio, come se lo rimproverasse per la sua imprudenza.

«Dabei, il mio sangue è diventato latte bianco!» esclamò Duozhi, stupito, guardando il sangue sulla propria mano. Alcune gocce di sangue erano cadute sulla testa del Re Leone, e il pelo arruffato del Re Leone si fece all’istante liscio e lucente. A quella vista, Duozhi portò la mano insanguinata sotto il naso del Re Leone; il Re Leone esitò un istante, poi tese la lingua e leccò la ferita di Duozhi, che si rimarginò in fretta. Dopo aver leccato il sangue di Duozhi, il Re Leone riprese subito vigore: dagli occhi gli scoccarono raggi dorati e i muscoli di tutto il corpo si gonfiarono rapidamente.

La Via delle Stelle – 6: Sbarcando sull’Isola dell’Origine (parte seconda)

Il Re Leone sembrava eccitato: corse con passo leggero alcuni giri intorno a Dabei e Duozhi, poi si diresse verso una roccia sporgente dell’isola. Alzato il capo al cielo, proruppe in un possente ruggito; in un attimo il cielo si oscurò, volarono sabbia e pietre e l’intera isoletta cominciò a tremare. Sopra l’isola comparvero fulmini a catena che si abbatterono sul Re Leone; insieme ai fulmini giunsero vento impetuoso e pioggia torrenziale, ma il Re Leone non mostrò alcun timore. Eretto e maestoso in mezzo al diluvio, lanciò un ruggito dopo l’altro verso il cielo, come se assaporasse la gioia portata dalla tempesta. Alla fine, alcuni fulmini raggiunsero il Re Leone, che in un istante si trasformò in un’enorme massa di luce. E quella massa di luce cominciò a rimpicciolirsi a poco a poco.

«Re Leone!» Dabei e Duozhi, rannicchiati tra alcune rocce sparse, videro il Re Leone colpito dai fulmini. Dabei gridò, in preda all’ansia, e si precipitò senza esitare verso il punto in cui il Re Leone risplendeva. Il Re Leone era scomparso; nel punto esatto in cui si era appena trovato era comparsa una bottiglia di vetro colorato che brillava di luce argentata. Dabei raccolse la bottiglia. Sul corpo della bottiglia erano incise alcune parole: «Vaso prezioso del merito». Anche Duozhi accorse; a quel punto l’isola era tornata tranquilla e, dopo il lavacro della tempesta appena passata, appariva molto più pulita. Anche l’aria era più fresca; solo il cielo non si era ancora rasserenato e restava grigio e cupo.

«Dabei, questo è il prezioso vaso in cui il Divino conserva l’acqua del merito», disse Duozhi, tenendo la bottiglia in mano e osservandola con cura. «Ma dentro non c’è acqua, e il Divino non sembra nemmeno trovarsi su quest’isola», disse Dabei, un po’ preoccupata.

«Il Divino potrà apparire quando l’acqua del merito sarà piena», disse Duozhi.

«E come si fa a riempire l’acqua del merito? Il prezioso vaso del merito è completamente vuoto. È possibile che gli abitanti di questo pianeta non nutrano un solo pensiero di bene e non compiano nemmeno una buona azione?» Dabei guardò Duozhi, addolorata e delusa.

«No, non è così, Dabei. È solo che le persone sono avvelenate troppo in profondità: usano occhi, orecchie, naso, lingua, corpo e mente intossicati per giudicare le cose, e cadono sempre in errore. Nascono così moltissimi regni d’illusione, e se ci si aggrappa a essi è difficile distinguere il vero bene dal vero male. Io credo che l’acqua del merito debba esserci per natura: è solo che le persone, dopo aver acceso un barlume di pensiero buono e compiuto una buona azione, commettono poi un’enorme quantità di azioni malvage. E il vento maligno deve aver di nuovo asciugato quel poco di acqua del merito che restava», disse Duozhi con umorismo.

Anche Dabei sorrise e disse: «Pensa a quelle persone avvinte da ogni sorta di veleno, che si aggrappano al dolore dello scoppio del veleno nei regni dell’illusione: fanno davvero pena. Dobbiamo assolutamente trovare al più presto un modo per liberarle».

«Il libro celeste». Duozhi vide che il libro celeste scintillava di nuovo, lo aprì in fretta e vide una pagina su cui era scritto: «Dabei si sacrifica: l’acqua del merito si colma».

«Che cosa significa “sacrificio di sé”?» chiese Dabei. Sul libro celeste comparve subito un’altra riga: «Salta giù dalla Rupe del Sacrificio di Sé».

«La Rupe del Sacrificio di Sé?» Dabei e Duozhi perlustrarono l’isola in ogni direzione. Ben presto scoprirono che su un lato dell’isola si ergeva un’enorme roccia, sulla quale erano incisi tre grandi caratteri dorati: Rupe del Sacrificio di Sé. Accanto ai caratteri c’era un’altra riga di scritte più piccole: «Sotto questa rupe i regni dell’illusione radunano i vapori velenosi; la valle del veleno distrugge l’anima; il mare di sofferenza è senza confini». Guardarono giù dalla rupe: masse di gas nere, verdi e rosse, simili a trombe d’aria, si levavano e roteavano nel mare di sofferenza. In piedi sull’orlo del dirupo, Dabei e Duozhi sentirono entrambi il respiro farsi difficile, e dove le ondate di gas si riversavano apparivano confuse le immagini dei vari regni d’illusione. Dabei e Duozhi si guardarono sbigottiti.

«Duozhi, scendo io», disse Dabei.

«Dabei, questa volta il libro celeste deve per forza starci prendendo in giro. Siamo saliti fin qui con tanta fatica: come potremmo riscendere? E poi, scendendo di qui, si può ancora tornare? Vedi, la valle del veleno distrugge l’anima: ora che non hai più la gemma mani a proteggerti, se scendi la tua anima si dissiperà». Duozhi disse a Dabei con urgenza.

«Duozhi, non ho molto tempo. Devo far uscire al più presto quante più persone possibile dai regni dell’illusione. Il libro celeste non inganna. Tu devi restare qui ad aspettare il Divino».

«Dabei, assolutamente no. Se proprio qualcuno deve saltare, salto io: il libro celeste non ha detto che non posso saltare», disse Duozhi, in preda a una grandissima ansia.

«Non discutere, Duozhi. C’è un motivo se il libro celeste chiede che sia io a saltare: le nostre missioni sono diverse, e diversi sono anche corpo e mente. L’esito del salto non sarebbe lo stesso. Il tuo corpo si è appena liberato dal veleno e non potrebbe in alcun modo reggere l’acqua avvelenata laggiù; io, invece, mi sono già trasformata in un corpo di cristallo. E poi ho lo Specchio Divino dell’Occhio Celeste e il riconoscitore di vita: anche se scendessi, forse potrei tornare per pura fortuna. Se mio padre, il re, lo venisse a sapere, approverebbe anche lui questa mia scelta.» Non appena pronunciate queste parole, Dabei si lanciò giù.

«Dabei!» Tra le valli riecheggiò il richiamo affranto di Duozhi.

Lascia un commento