La prima volta che mi sedetti a meditare, assunsi la posizione del mezzo loto e appoggiai le mani con disinvoltura sulle ginocchia, con un atteggiamento da gioco nel cuore. Dopo pochi secondi a occhi chiusi, corpo e mente si fecero d’un tratto vuoti e limpidi, e davanti a me apparvero, una dopo l’altra, immagini meravigliose: montagne, acque, paesaggi di una bellezza estrema: un pavone aprì la ruota davanti a me e un serpente strisciava docile avanti e indietro sotto le mie ginocchia. In quel momento risuonò all’improvviso alle mie orecchie il fragore delle onde che si abbattevano sulla costa; quel suono di marea, sempre più nitido, si intrecciava all’ululato del vento e a voci umane che gridavano aiuto… A un tratto mi ritrovai seduta su un’isola, in cima a un’alta scogliera, e lasciai cadere un fiore di loto nel mare. Sulla superficie del mare c’era una barca di legno sul punto di essere rovesciata dal vento e dalle onde; quel fiore di loto andò alla deriva verso la barca, sorresse il fondo dell’imbarcazione e, in un batter d’occhio, il vento si placò e le onde si acquietarono…
Uscii all’improvviso da quello stato. Aprii gli occhi e vidi che il bambino accanto a me si era bagnato e piangeva. Mi affrettai a cambiargli il pannolino; guardai l’orologio: erano quasi le dodici, e a mezzogiorno mio marito tornava a mangiare: dovevo anche lavare la verdura. Tra una coccola al bambino e l’altra, mi affaccendai in cucina, e non ebbi proprio il tempo di pensare allo stato meditativo. Il pomeriggio del giorno dopo il bambino si riaddormentò, e anch’io me ne stavo sdraiata, assonnata. A un tratto mi tornarono in mente le scene viste il giorno prima durante la meditazione, e provai una piacevole sensazione: allora meditare era davvero divertente! A occhi chiusi si vedevano immagini così belle, come in un sogno, con tanto di suoni e di storie (solo più tardi seppi che non a tutti, meditando, capita di avere queste esperienze). A quel pensiero mi risorse la voglia di giocare: oggi mi siedo di nuovo, vediamo cosa riesco a vedere! Così mi alzai di scatto e mi sedetti sul letto come il giorno prima.
Questa volta l’esperienza mi rese ancora più felice: dopo qualche minuto mi ritrovai seduta tra le nuvole, su un trono di loto, e mi erano cresciute mille braccia e mille occhi. Poi il mio aspetto continuò a cambiare: poco dopo avevo quattro braccia, dalla testa mi spuntò un’altra testa, e anche dalle spalle ne spuntavano delle altre. Tra le nuvole vidi molti monaci avvolti nelle tonache e sentii giungere, non so da dove, il suono della recitazione del nome del Buddha e i colpi sul tamburo di legno; il paesaggio davanti a me non smetteva di cambiare, di una bellezza che non sapevo come esprimere… Proprio mentre mi stavo godendo lo spettacolo, un pianto improvviso mi strappò di colpo a quella visione: era il bambino accanto a me che si era svegliato. Guardai l’orologio e mi accorsi di essere rimasta seduta per più di due ore, mentre a me era sembrato di aver meditato solo una decina di minuti!
Una volta calmato il bambino, mi rimisi a preparare la cena. Il piacere della seconda seduta mi lasciava un po’ con la voglia di continuare, e inoltre mi sembrava che in quei due giorni, dopo le sedute, fossi molto più in forma: sentivo chiaramente la mente lucida e lo spirito fresco!
A questo punto vorrei descrivere brevemente com’era la mia situazione familiare in quel periodo. Mio marito era un vigile del traffico. Suo padre era morto quando lui era ancora piccolo; la famiglia era povera, e sua madre, risparmiando sul vitto e sul vestito, lo aveva mantenuto fino alla fine dell’università, ma dopo non poteva più dargli alcun aiuto materiale. Pur avendo cominciato a lavorare qualche anno prima di me, quando ci sposammo la nostra casa nuova era in realtà la camera singola che gli metteva a disposizione il suo ufficio, e il nostro matrimonio era costato appena qualche migliaio di yuan. Dopo il diploma avevo studiato pittura tradizionale cinese in un’accademia d’arte dello Hebei, e in seguito ero tornata in città a lavorare alla Libreria Xinhua. Dopo poco più di un anno di lavoro rimasi incinta e presi un congedo per malattia, prendendo solo il 60 per cento dello stipendio. Mio marito era molto occupato col lavoro: a parte tornare a casa a pranzo e a cena e dare una mano con le faccende, da quando avevamo avuto il bambino avevamo ben poco tempo per parlare tra noi. Dopo l’arrivo del figlio, la nostra vita era molto tirata.
Dopo aver partorito, la mia salute era molto cattiva: avevo frequenti attacchi di infiammazione pelvica e di colecistite. Inoltre mi dolevano tutte le ossa, e certe sere il dolore era tale che mi veniva voglia di piangere. Oltre a dedicare tutte le mie energie alle faccende domestiche, non facevo che sentirmi stanca e assonnata, con la voglia di dormire ancora un po’. A forza di stare in casa, anche con gli amici ci frequentavamo sempre meno; e così il tempo se ne andava via a poco a poco, con giornate placide: non sentivo noia, né tristezza né gioia. In quel periodo non avevo molte energie né tempo per pensare a nulla: i sogni di un tempo di diventare pittrice e poetessa erano stati tutti diluiti dall’olio, dal sale, dalla salsa e dall’aceto, e dai pannolini del bambino. Ogni tanto, però, sentivo un po’ di piattezza: rileggendo il diario di allora, mi vedo paragonare la vita a un bicchiere d’acqua semplice, senza alcun sapore.
La gioia e la curiosità della crescita di mio figlio non mi bastavano più; cominciavo a bramare di più dalla vita e speravo continuamente che nella mia vita accadesse qualcosa. Fu proprio in questo stato d’animo che le due esperienze di meditazione mi resero così felice: meditare era una cosa tanto meravigliosa che riempì d’un colpo tutti i vuoti della mia vita. Quasi ogni giorno sentivo il bisogno di sedermi: appena avevo un momento, arrivavo perfino a lasciar perdere molte faccende domestiche pur di ritagliarmi il tempo per meditare. Allora, però, non collegavo affatto questo comportamento alla pratica del Dao: semplicemente, mi piaceva sedermi.
I giorni volavano e, in un batter d’occhio, erano passati alcuni mesi: la meditazione seduta mi interessava sempre di più, perché ogni volta che meditavo si manifestavano delle esperienze, e tutte erano così belle e straordinarie, come se vivessi dentro un mito. Inoltre il mio corpo migliorava di giorno in giorno: il viso si era fatto roseo, le ossa non mi facevano più male, dormivo di meno e avevo molta più energia… Dopo alcuni mesi che andava avanti così, un pomeriggio, appena il bambino si fu addormentato, come al solito mi affrettai a sedermi. Dopo qualche minuto ebbi la sensazione di essere improvvisamente sparita; in quel momento udii una voce giungere dal cielo: «Tu sei l’ottantesima reincarnazione di tale dei tali. La tua missione è diffondere il Dharma e salvare tutti gli esseri senzienti. Il tuo destino non è ancora compiuto: entro cinque anni potrai ottenere la liberazione…» «Chi sei?» chiesi. «Ah ah ah…» Dopo una risata squillante, una tavola alta più di due metri, scintillante d’oro, cadde davanti a me. Credevo che sopra ci fosse scritto in sanscrito, ma ovunque posassi lo sguardo il sanscrito si trasformava da sé in caratteri cinesi; vi erano registrati il mio nome, la mia data di nascita e alcune cose che avrei vissuto in questa vita. Poi la tavola scomparve e, come guardando un film, vidi l’intero processo della mia reincarnazione compiuta grazie al karma. Dopo aver visto tutto questo, uscii dal samādhi. In quel momento ero come chi si risveglia da un sogno: mi sembrava di aver capito molte cose, ma guardando il bambino e la casa davanti a me, mi sembrava di non aver capito nulla; eppure dentro di me ero molto emozionata: mi sembrava di aver trovato qualcosa che però non sapevo spiegare, quasi fosse proprio ciò che per oltre vent’anni avevo desiderato e cercato nel profondo.
Il giorno dopo ebbi visite di amici per tutto il giorno e non ebbi il tempo di sedermi a meditare. A mezzanotte passata, quando il bambino e mio marito si erano addormentati, per quanto fossi stanca con la schiena a pezzi, non riuscii a trattenere l’impulso interiore. In quel periodo la meditazione seduta era diventata per me qualcosa di indispensabile ogni giorno: come lavarsi il viso e lavarsi i denti, era diventata un’abitudine di vita, e se passavo un giorno senza meditare, mente e corpo si sentivano molto a disagio. Così mi alzai e mi misi a meditare. A quel punto sapevo osservare con calma le esperienze che apparivano in meditazione, non come all’inizio, quando, piena di curiosità ed eccitazione, giocavo dentro le esperienze senza volerne uscire. Dopo una decina di minuti di meditazione entrai in samādhi; davanti a me apparve all’improvviso un enorme sutra buddhista, che sfogliò rapidamente fino a una pagina a metà del testo: una riga di scrittura emerse dal resto della pagina come in un primo piano e diventò rossa, ben visibile tra i caratteri neri. Erano quattro parole: «Contemplare la mente è il Buddha».
Quelle quattro parole rimasero davanti a me per qualche istante, poi il sutra scomparve. Mi ritrovai a camminare in una valle piena di canti d’uccelli e profumo di fiori, con un sentiero tortuoso che conduceva nel cuore della valle. All’imbocco del sentiero sedeva un giovane monaco che, battendo il mokugyo, recitava i sutra. Mi avvicinai, gli feci un inchino e chiesi subito: «Maestro, che cosa significa “contemplare la mente è il Buddha”?» Mi parve che mi spiegasse molte cose, ma più ascoltavo e più ero confusa, senza riuscire a capire. A quel punto ripose il mokugyo, si alzò e disse: «Seguimi.» Lo seguii verso il fondo della valle e mi fermai sotto una rupe scoscesa. Con le mani giunte, con grande riverenza si rivolse alla rupe: «Maestro, l’ho portata.» Poi se ne andò dritto per la sua strada, e io rimasi lì di stucco. In quel momento dalla parete rocciosa giunse una voce: «Bambina, ti aspetto da molto tempo.» Seguii la voce con lo sguardo e vidi che in cima alla rupe stava un vecchio monaco. Era paffuto e di alta statura, indossava la grigia veste di un monaco e al collo portava una collana di grossi grani di legno di sandalo. Non capivo come avessi fatto a trovarmi all’improvviso davanti a lui. Aveva uno sguardo benevolo e un tono di voce pacato, e io provai subito verso di lui un senso di fiducia e di affettuosa dipendenza.
Cominciò a spiegarmi il significato di «contemplare la mente è il Buddha». Anche se non ricordo le sue parole esatte, nel samādhi mi parve di capire che la nostra comunicazione era soltanto una forma di telepatia: appena diceva una frase, nella mia mente comprendevo subito tutto ciò che voleva esprimere, e queste cose non si potevano certo chiarire con una sola frase. Mi disse che era il mio maestro e che, a partire dal giorno dopo, mi avrebbe trasmesso il suo metodo: «il Dharma della Grande Luce in otto parti». Nell’udire queste parole fui molto felice. Gli chiesi come si chiamava e chi fosse. Lui sorrise e disse: «Non c’è bisogno che tu sappia il mio nome: chiamami Tianzhu Laoren.» Quel giorno mi portò a visitare in lungo e in largo quei monti e quei corsi d’acqua, e mi spiegò molte conoscenze e princìpi del buddhismo.
Anche dopo essere uscita dal samādhi, continuavo a sentire che il suo caldo campo energetico mi avvolgeva ancora, e il mio cuore aveva ormai sviluppato per lui un immenso attaccamento. Era una sensazione di eccitazione, commozione e mistero, come quella di una bambina che, dopo molti anni di separazione, ha ritrovato sua madre. Il giorno dopo non aspettavo altro che il bambino si addormentasse presto. La sincerità del cuore viene sempre esaudita: il bambino si addormentò verso le dieci di mattina. Emozionata, mi misi subito a meditare.
Il maestro apparve. Aveva un’espressione piuttosto solenne e sedeva su un cuscino di meditazione. Non sapevo dove ci trovassimo io e il maestro: lì era tutto molto silenzioso, e solo ogni tanto si udiva il gorgoglio di un corso d’acqua. Mi sedetti di fronte a lui, e lui cominciò a trasmettermi la prima parte del Dharma della Grande Luce: illuminare la mente e vedere la propria natura. Spiegò l’origine di questo metodo, il modo di praticarlo e il grado di trasformazione che, una volta portata a compimento la pratica, si produce nella mente e nei canali energetici del corpo. Quando ebbe finito, cominciai a entrare nella pratica della visualizzazione secondo il metodo. Nel samādhi mi parve che fosse passata circa mezz’ora, e avevo già portato a termine il percorso di pratica della prima parte. Il maestro mi lodò, e io fui felicissima.
Imparavo una parte al giorno; così, dopo otto giorni consecutivi di meditazione, avevo completato tutte le lezioni del maestro. Dalla seconda alla sesta parte imparai i cinque poteri soprannaturali; nella settima e nell’ottava appresi soprattutto alcune conoscenze di arti divinatorie, astrologia, feng shui, arti magiche e così via. Il maestro era molto soddisfatto di me e mi lodava quasi di continuo. Mi chiamava sempre «bambina», e anch’io sentivo di essere soltanto una bambina di pochi anni davanti a lui. Le sue lodi raddoppiarono la mia fiducia nella pratica, e il mio attaccamento a lui diventava sempre più profondo.
In quel periodo, anche senza sedermi in meditazione, sentivo che il maestro era ovunque e presente in ogni momento. Vivevo ogni istante in un’atmosfera familiare, calda e piena di premure. Dentro di me ero dolce come una ragazza al primo amore, e come una bambina pronta a fare le moine tra le braccia della madre. Ogni giorno, oltre alle cose che dovevo fare per forza, riuscivo a ritagliare quasi tutto il tempo per la meditazione: sentivo un bisogno urgente di vedere il maestro. Poiché allora potevo vederlo e sentire la sua voce solo entrando in samadhi, i lavori di casa diminuivano sempre di più: non avevo tempo di riordinare la stanza e spesso dimenticavo persino di cucinare. A quel tempo sembrava che nulla di ciò che accadeva nel mondo mi interessasse: desideravo soltanto avere il tempo di entrare in samadhi per comunicare con il maestro.
Naturalmente, il primo a essere scontento di me fu mio marito. La prima cosa che provò fu l’improvvisa sensazione di essere trascurato: eravamo sposati da meno di due anni e lui aveva un anno più di me. Oltre a non riordinare la stanza e a lasciare il bambino sporco, non avevo più alcun interesse per i rapporti coniugali. Allora non avevo l’idea di praticare l’astinenza: semplicemente, all’improvviso, non ne avevo più voglia. Inoltre, da quel periodo cominciai a osservare una dieta strettamente vegetariana: la vista della carne mi dava nausea e, se mangiavo cibi che la contenevano, soffrivo di una lieve diarrea. Mio marito masticava verdure a colazione, pranzo e cena; la sera, appena il bambino si addormentava, io mi sedevo rivolta a sud. Lui cominciò a diventare irrequieto, sofferente, smarrito. Nel cuore provavo un grande dispiacere verso di lui, ma non sapevo nemmeno io cosa fare. Il desiderio di praticare aveva occupato tutta la mia vita; non potevo affatto rinunciarvi, non avevo via d’uscita! Ero attratta come da un’enorme tentazione e, una volta entrata, non ero più padrona di me: dietro di me sembrava esserci una forza potente che mi spingeva, impedendomi di fare anche mezzo passo indietro.
Cercai un’occasione per parlare con mio marito delle mie esperienze di meditazione, sperando con tutto il cuore che potesse capire e credere alle mie parole. Lui si limitò a sorridere e disse: «Mi stai raccontando una storia mitologica? Non sono mica un bambino. Non sono certo l’unico a parlarti così: se vai in giro a raccontare queste cose, chi ti crederà? D’ora in poi non parlare mai più di queste cose con nessuno.» Nel cuore rimasi molto delusa; capii che la comunicazione con mio marito era fallita.
In samadhi imparai in fretta tutto ciò che il maestro mi aveva insegnato; nei giorni successivi, sedendomi in meditazione, non tornai più a ripassare e a riverificare nella pratica i metodi che mi aveva insegnato. Il maestro cominciò a dirmi: non guardare nessuna visione che appaia nel samadhi. Nelle visioni di quel periodo cominciarono a comparire, ogni tanto, immagini spaventose. Per esempio, la mia più grande paura erano i ragni: così, spesso in meditazione vedevo ragni che mi coprivano tutto il corpo, e più li temevo più diventavano grandi. Se pensavo «che non mi salgano sulla testa», in un istante la testa e il viso erano pieni di ragni enormi. In quei momenti mi venivano sempre in mente le parole del Sutra del Diamante: «Tutti i fenomeni condizionati sono come rugiada e come lampo; come sogno, illusione, bolla e ombra: così vanno contemplati.» Appena il cuore si rilassava e il pensiero si volgeva al passo del sutra che mi era venuto in mente, in un istante tutti i ragni sparivano dal corpo senza lasciare traccia.
Dopo un po’ di tempo, che nel samadhi comparissero scene spaventose o scene meravigliose, riuscivo a far finta di nulla: non avevano nulla a che fare con me. Così le visioni diminuirono a poco a poco, ma i pensieri confusi nella mente aumentarono, e anzi a volte non riuscivo più a entrare in samadhi e la mente vagava qua e là. Il maestro mi disse: «Non badare ai pensieri. Anche i pensieri sono come le visioni: lasciali scorrere accanto a te come un corso d’acqua, osservali in silenzio, senza distinguere se sono buoni o cattivi, giusti o sbagliati, belli o brutti: limitati a osservarli.» Così diventai un’osservatrice (in quel periodo non avevo bisogno di entrare in samadhi: potevo vedere il maestro in qualsiasi momento e comunicare con lui).
Con il progredire sempre più rapido della mia pratica, anche i conflitti in famiglia cominciarono a intensificarsi: tra me e mio marito sorsero alcuni piccoli attriti. A quel tempo ci eravamo trasferiti in una casa nuova; la mia famiglia mi aveva dato un aiuto economico, le mie condizioni di vita erano molto migliorate e avevo anche assunto una giovane babysitter che mi aiutava a badare al bambino. Il malcontento di mio marito nei miei confronti cominciò a crescere. Sapevo che in quel periodo mi comportavo molto male in famiglia: pur avendo fatto tutto il possibile, non avevo tempo per dedicare di più alla casa e a mio marito. Soprattutto, lui sentiva chiaramente che il mio cuore non era in casa, non era su di lui né sul bambino. Io pensavo di amare la mia famiglia, ma non sapevo nemmeno io dove fosse il mio cuore!? Peggio ancora, il mio carattere si faceva sempre più irascibile: di fronte a una piccola frecciata o presa in giro di mio marito, avrei dovuto lasciarla passare, come osservavo le visioni nel samadhi. Facile a dirsi, difficile a farsi. Ero più impaziente di prima, mi irritavo più facilmente e montavo in collera con più facilità. Negli occhi di mio marito leggevo chiaramente il suo sospetto: come mai, praticando il Dao e studiando il Buddhismo, sei diventata così? Dev’essere sicuramente uscita di senno! E io pensavo con tutta la mia convinzione: la pratica non ha una forma fissa da mostrarti; questo è il Dao vivo, è fatto così, come sono io. Sapevo anche io che era un pretesto: la mia ira non era espressione di saggezza, ma lo scoppio delle abitudini radicate – avidità, collera, ignoranza, superbia e dubbio.
Il maestro mi disse che dovevo osservare il precetto della sopportazione delle offese. Chiesi al maestro, addolorata: perché alcune persone non credono a ciò che dico, e alcune di loro sono persino molto buone, credono nel Buddha e hanno solide fondamenta? Il maestro sorrise e mi consolò: «Ti capita a volte di dire bugie? Il frutto karmico delle bugie è proprio questo.» Ci pensai bene: non potevo essere sicura di non aver mai detto bugie in passato; potevo solo chiedere di non dirne più d’ora in poi. Chiesi al maestro come osservare il precetto della sopportazione delle offese. Il maestro disse: «Di fronte alle cose, non discutere su chi ha ragione e chi ha torto, non aggrapparti al bene e al male, al bello e al brutto della vita. Tutto ciò che accade ora è ciò che devi e devi anche sopportare: non solo non devi litigare con tuo marito, ma non devi nemmeno nutrire odio nel cuore. Questo è ciò che devi fare ora per osservare i precetti.»
Mi misi subito a fare come aveva detto il maestro: smisi di litigare con mio marito. Qualunque cosa dicesse, mi sforzavo di mantenere la calma e ascoltavo in silenzio, lasciando che le parole entrassero dall’orecchio destro e uscissero dal sinistro. Detto questo, però, nel cuore si sollevavano ancora onde. Il risentimento, la rabbia e l’odio mi laceravano il cuore, e le lacrime mi riempivano gli occhi.
Spinto da un senso di perdita o di ripicca, mio marito smise di occuparsi di me e del bambino; a volte beveva e tornava a casa molto tardi, e ogni tanto restava fuori tutta la notte…
La mia pratica restava diligente, ma il mio umore era pessimo e il mio stato d’animo era spesso in disequilibrio. A volte guardavo i miei adorabili bambini, guardavo questa casa, e pensavo che tanto valeva rinunciare alla Via: perché mai avrei dovuto perdere tutto ciò che avevo per la pratica! Verso il maestro ero ancora rispettosa, ma avevo perso l’attaccamento di prima. Il maestro continuava a prendersi cura di me come sempre; non mi teneva grandi discorsi, e a volte mi faceva persino andare in giro a comprare vestiti nuovi per rasserenarmi. Diceva che in quel periodo, se solo fossi riuscita a mantenere in equilibrio il mio stato d’animo, ogni metodo sarebbe stato la migliore via.
In quel periodo, nonostante ci fosse il maestro, dopo essermi alzata dalla seduta ero ancora confusa, smarrita, piena di risentimento, sofferente, stanca e delusa. Cominciai persino a riesaminare più volte me stessa, a chiedermi perché praticavo e che cosa volessi davvero fare. Vedevo più chiaramente di prima i desideri nascosti e le abitudini radicate che albergavano in me: non ero diversa dagli altri, e anzi mi sembrava che più praticavo, più regredivo.
Sentivo di non avere alcuna saggezza, di aver perso persino l’intelligenza di sempre. Ero diventata confusa e sempre più priva di una direzione nella vita: non sapevo che cosa facessi ogni giorno, né che cosa mi aspettasse in futuro; per me diventare un Buddha era solo un concetto vago. Che cos’è il Buddha? Ero sempre più confusa. Mi limitavo ad ascoltare ogni giorno ciò che diceva il maestro e a fare esattamente quello che diceva. Non avevo più alcun pensiero mio; mi sentivo ottusa, stupida. Eppure verso il maestro ho sempre mantenuto fiducia e rispetto, senza mai dubitare di lui. In quel periodo, gli insegnamenti del maestro miravano solo a farmi mantenere la serenità interiore e, in secondo luogo, a osservare il precetto della pazienza.
Sentivo che osservare i precetti era davvero una cosa dolorosa: non rispondere a parole era possibile, ma non far sorgere nel cuore il minimo pensiero di collera era difficilissimo! Tuttavia mi impegnavo con tutte le forze: pensavo che se fossi riuscita a farlo una volta, sarei riuscita a farlo due volte. Questa intuizione mi veniva dagli inizi della mia pratica di meditazione seduta: quando entravo in samādhi, stavo molto bene.
Con il tempo capii che il fatto di riuscire a entrare in samādhi appena cominciavo a praticare dipendeva interamente dalla benedizione del maestro. Inoltre il mio stato d’animo era rilassato e non avevo alcun ostacolo concettuale. Più tardi, quando cominciai a prendere sul serio la meditazione seduta, al contrario non riuscivo più a restare seduta. Nel periodo successivo di pratica i pensieri superflui aumentarono: dopo poco più di quaranta minuti (ho sempre praticato a mezzo loto) le gambe cominciavano a farmi male. Il maestro mi disse di non alzarmi e di resistere secondo per secondo. E continuava a incoraggiarmi accanto a me: resisti ancora un secondo, ancora un secondo… Il dolore passò gradualmente dalle caviglie alle cosce, continuando a spostarsi da un punto all’altro; a volte il dolore mi faceva sudare copiosamente… Il dolore scomparve all’improvviso! In un attimo, una sensazione di benessere si diffuse per le gambe e in tutto il corpo. Il maestro disse che dopo aver resistito così alcune volte non avrei più sentito dolore, ma a volte ci sarebbe stato intorpidimento. Applicai questa esperienza all’osservanza dei precetti: ogni volta che stavo per arrabbiarmi, pensavo di resistere ancora un po’, sopportando secondo per secondo.
Ma se non abbiamo la saggezza per vedere la realtà delle cose e infine accoglierle e dissolverle, la sopportazione è solo temporanea, e la pazienza umana ha necessariamente un limite: quando si è sopportato fino a un certo punto, tutta la sopportazione esplode in un solo istante, e ci si ritrova, come quando si scuote un grappolo d’uva, a ripensare all’improvviso a tutte le cose che in passato si sono dovute sopportare, per fare i conti tutti insieme!
Allora ero fatta così: lo scoppio improvviso della collera era quasi una pazzia! Avevo gettato alle spalle tutti gli insegnamenti del maestro e dimenticato anche l’educazione ricevuta dai miei genitori. Uscii in parolacce e arrivai persino a fracassare alcuni oggetti di casa. Mio marito guardava il mio comportamento con totale disprezzo. Dopo aver portato a termine quel capolavoro, mi calmai e mi svalutai completamente: mi vergognavo troppo per rivolgermi al maestro. Il maestro non mi rimproverò, si limitò a consolarmi e a dire: «Ciò che è passato, non pensarci più. Le cose passate sono già state fatte male: se continui a tenerle a cuore, non è forse aggiungere errore a errore? Figliola, hai dentro di te un’energia enorme; ora che la pratica è arrivata a questo punto, i canali energetici hanno cominciato a trasformarsi, ed è molto pericoloso che tu non riesca a controllare i pensieri e le intenzioni che sorgono. D’ora in poi, ogni anno dovrai ritagliarti un periodo di tempo per allontanarti dal mondo terreno e dedicarti alla pratica in montagna, portando a compimento la trasformazione dei canali energetici; quando sarà il momento, ti farò sapere tempi e luoghi precisi».
E in effetti, poco dopo, il maestro mi comunicò che in un certo giorno di un certo mese sarei dovuta andare sul Monte Putuo e, dopo essermi fermata lì più di venti giorni, sarei dovuta tornare al più presto. Ricevuta la comunicazione, avevo qualche perplessità: primo, se fossi rimasta via così a lungo, mio marito di certo non sarebbe stato d’accordo. Il bambino aveva sì quasi due anni, ma era ancora piccolo, e non mi sentivo tranquilla a lasciarlo a una giovane babysitter; secondo, c’era il problema dei soldi. Il Monte Putuo è molto lontano dallo Shanxi, e il maestro mi aveva detto di prendere l’aereo: serviva una somma di denaro, e io non avevo proprio nulla.
A questo punto devo parlare di mio fratello minore.
In famiglia siamo quattro fratelli e sorelle, e io sono la terza. Mia madre era insegnante, mio padre un comune funzionario statale; mia sorella e mio fratello maggiore erano entrambi impiegati pubblici del governo municipale. Mio fratello minore si era laureato in medicina tradizionale cinese alla facoltà di medicina, poi era stato assegnato alla fabbrica farmaceutica della città; dopo sei mesi si era dimesso e aveva aperto in città un suo ambulatorio privato. Era di indole cordiale e trattava benissimo le persone. Benché non avesse una grande fama, molti pazienti sceglievano comunque di farsi curare nel suo studio. Facendo il lavoro in proprio, era libero di gestire il suo tempo; in quel periodo, nel tempo libero, praticava un po’ di qigong duro, faceva taijiquan e leggeva anche i sutra buddhisti, dedicandosi alla meditazione dhyana. Gli descrissi gli stati che avevo cominciato a vivere dopo essermi messa a sedere in meditazione, raccontandogli la serie di avventure straordinarie. Dopo avermi ascoltato, non mostrò alcun interesse per gli stati che vedevo, ma mi chiese con molta calma: «Che insegnamento ti ha dato quel maestro?» Gli dissi che avevo compreso nel cuore, ma non riuscivo a esprimerlo. Mi chiese di esprimere in breve la mia comprensione. Dopo avermi ascoltato disse: «Anche se non riesco a comprendere in modo compiuto i sutra buddhisti, a quanto pare il suo insegnamento non contraddice la dottrina dei classici buddhisti; non dovrebbe essere opera di un demone». Pensai tra me e me: non mi era mai passato per la mente che un demone potesse trasformarsi in un monaco per ingannarmi; e poi com’è fatto un demone, e com’è fatto un Buddha? Pensavo che, avendo letto in quel periodo pochi sutra, non avrei certo cominciato a pensarci più di tanto.
Ma il riconoscimento di mio fratello fu per me come una pillola che rassicura il cuore: almeno lui avrebbe creduto che ciò che raccontavo era vero, e lo avrebbe preso con serietà. Da allora, in tutto il successivo percorso di pratica e verifica, andai spesso a parlarne con lui. A volte, quando gli raccontavo i fenomeni che si manifestavano nella mia meditazione, ne descrivevo appena un accenno ed egli continuava la mia frase, dicendo la parte finale della scena: è una cosa che mi stupiva molto. Diceva che, secondo lui, doveva essere proprio così. Eppure, quando sedeva in meditazione, non vedeva nulla da sé: tutto era un buio fitto, senza neppure un filo di luce, eppure conosceva i miei stati.
Lui mi rimproverava spesso: «Come mai hai così tante abitudini da donnetta?» E io a lui: «Te ne stai seduto da tanti anni come un pezzo di legno secco, senza un briciolo di spirito».
Naturalmente, questa volta che il maestro mi chiedeva di andare sul Monte Putuo, la prima persona a cui mi sarei rivolta per trovare una soluzione era proprio lui.
Ben presto la soluzione la trovò: il lavoro di mio marito l’avrei fatto io; di giorno il bambino sarebbe stato visitato a turno da mia madre e da mia sorella maggiore; la sera, mia cognata, che lavorava in un ufficio vicino a casa mia e non era ancora sposata, sarebbe venuta a dormire da noi per stare con il bambino. Quanto ai soldi, mio fratello si preparava a vendere la casa degli sposi novelli, a continuare ad abitare con i miei genitori insieme a sua moglie, e poi ad accompagnarmi sul Monte Putuo.
Non riuscivo a immaginare una soluzione migliore, così non restava che agire ciascuno per conto proprio. A parte mia sorella maggiore, che accettò subito di buon grado, nessuno approvava la nostra idea. I miei genitori, pur non opponendosi in cuor loro alla mia pratica, ritenevano che bastasse e avanzasse osservare il vegetarianesimo, fare offerte al Buddha e leggere i sutra in casa: perché mai andare a praticare lontano da casa! Mia madre, inoltre, temeva che la pratica mi avrebbe mandato in pezzi la famiglia. Ma io e mio fratello eravamo irremovibili e continuammo a fare opera di persuasione con tutti; il giorno della partenza si avvicinava, la casa era stata venduta e ormai la cosa era fatta.
La sera prima della partenza, mio marito tornò a casa ubriaco fradicio e a notte fonda. Il giorno dopo, mentre stavamo per partire, rientrò all’improvviso dal lavoro: senza dire una parola, si limitò a portarmi giù la valigia, con gli occhi pieni di lacrime. Il mio cuore era come una bottiglia dei cinque sapori rovesciata: una sensazione tutt’altro che piacevole. Dopo essermi congedata dai miei genitori, mi misi in cammino per la prima tappa del mio pellegrinaggio alle montagne sacre: il Monte Putuo, luogo sacro di Guanyin.
Prendemmo l’aereo fino a Ningbo e lì passammo una notte prima di imbarcarci. La nave arrivò al Monte Putuo e prendemmo una stanza in un albergo vicino al mare. Nella meditazione profonda avevo visto innumerevoli volte il Mare del Sud, avevo visto Guanyin vestita di bianco e avevo udito il fragore assordante delle onde della marea; oggi, finalmente, ero lì, seduta di persona sulla riva del Mare del Sud. Guardavo la distesa del mare senza fine, ascoltavo il suono della marea che montava e si ritirava, e il cuore mi si fece vasto e sereno. L’ansia, l’inquietudine e la stanchezza di quei giorni erano state tutte lavate via dalle acque del mare.
Il giorno dopo ci preparammo ad andare al Monte Luojia. Arrivati al molo, però, a causa del mare grosso, nessuna barca usciva in mare. Rimanemmo sul molo ad aspettare; alla fine una piccola imbarcazione privata accettò di uscire, ma il prezzo del biglietto era salito di dieci yuan. Insieme a più di una decina di turisti noleggiammo quella barca. La stiva era piccolissima: eravamo in più di dieci, stipati, seduti sul tavolato.
La barca salpò e il mare era molto mosso. Era la prima volta che prendevo un’imbarcazione del genere: ero eccitata e curiosa, e non mi passava affatto per la mente che potesse esserci un pericolo. Gli altri a bordo erano probabilmente tutti buddhisti del posto: quasi tutti tenevano in mano un rosario, portavano a tracolla il sacchetto dell’incenso e, appena saliti, recitavano «Namo Guanyin». Pensai: non per nulla è questo il luogo sacro di Guanyin: la gente del posto ha una fede così devota in Guanyin.
Quando la barca raggiunse il largo, le onde divennero all’improvviso ancora più impetuose. L’imbarcazione di legno cominciò a rollare violentemente e, per timore che le onde entrassero nella stiva, l’apertura della barca fu chiusa da una spessa tenda. Dentro la stiva era buio e soffocante. Mi sembrava che la barchetta stesse perdendo la rotta, come se girasse su se stessa, e il rollio diventava sempre più forte. I passeggeri venivano sballottati di qua e di là, ammassati gli uni sugli altri. Alcuni cominciarono a vomitare. Un bambino dai lineamenti delicati, che stava recitando il nome del Buddha, tirò fuori in fretta dal suo sacchetto dell’incenso un fascio di buste di plastica e le distribuì a tutti. Che salvezza, davvero! Senza nemmeno il tempo di dire grazie, tutti affondarono la bocca nelle buste e vomitarono a più non posso.
Avevo la sensazione di voler rimettere persino le budella. Proprio mentre tutti vomitavano in modo violento e incontrollabile, la barca cominciò lentamente a fermarsi. Finalmente eravamo arrivati!
Dopo essere scesi dalla barca, cominciò a piovere. Alcuni dei passeggeri stavano discutendo con il padrone della barca; io e mio fratello minore, intanto, ci affrettavamo a cercare il tempio seguendo le indicazioni della mappa. Dopo una decina di minuti di cammino, entrambi sentimmo che qualcosa non andava. Mio fratello chiese allora la strada al venditore di un banchetto lì accanto. Quell’uomo disse che quello non era il Monte Luojia: per andare al Monte Luojia bisognava prendere la barca.
Noi due guardammo in lontananza la superficie del mare avvolta nella pioggia sottile e nella nebbia, e solo allora ci svegliammo come da un sogno. In realtà quella barca, arrivata a metà strada, era tornata al molo perché le onde erano troppo forti. Noi due non conoscevamo l’isola e non avevamo riconosciuto che il punto in cui eravamo appena scesi era lo stesso da cui eravamo saliti. Ci guardammo l’un l’altro — !!! — e non potemmo fare a meno di scoppiare a ridere…
Dopo due giorni il mare si calmò e, come finalmente desideravamo, prendemmo un motoscafo per andare in pellegrinaggio al Monte Luojia. Quella sera, rientrati in albergo, dormii molto bene, ma nel cuore della notte fui improvvisamente svegliata da un sogno: la nostra stanza era avvolta da una luce bianca abbagliante. Una statua bianca di Guanyin si ergeva al centro della stanza! Era alta e solenne, con la testa che toccava il soffitto. Era la prima volta che vedevo una statua di Guanyin senza essere in samādhi. Guardai con apprensione mio fratello minore, che dormiva nell’altro letto: sembrava dormire profondamente. Non osai chiamarlo, restai soltanto lì a fissare sbigottita quella statua, e sentivo che stavo per soffocare. Nella stanza c’era un silenzio assoluto: udivo il mio respiro e il battito del mio cuore.
All’improvviso la statua scomparve e la stanza piombò nell’oscurità più totale: si udivano soltanto, provenienti dall’esterno, i suoni delle onde del mare che giungevano uno dopo l’altro. Non ci pensai molto, mi sembrò soltanto un po’ strano: per quale causa Guanyin si era manifestata in quel modo. Poi mi riaddormentai.
Il viaggio al Monte Putuo si concluse in modo perfetto: oltre a rendere omaggio, come aveva ordinato il maestro, a tutti i templi dell’isola, dedicai il tempo rimanente alla meditazione seduta per coltivare il samādhi. Sul Monte Putuo non avvertii alcun cambiamento nei miei canali energetici. Qui vorrei aggiungere un inciso: quando avevo una decina d’anni, mi capitava spesso di sentirmi all’improvviso diventare più grande o più piccola; era soltanto una strana sensazione, non le davo alcuna importanza e non ne parlai mai con i miei genitori. Da più grande, a volte, mentre ero a tavola a mangiare con altre persone, se per caso mi perdevo nei pensieri, all’improvviso tutti quelli che avevo davanti cambiavano aspetto: alcuni erano cani, gatti o maiali, e a qualcuno la coda dondolava ancora sullo sgabello. Non me ne stupivo, mi limitavo a riflettere spesso: la vita è davvero meravigliosa, come mai, con un semplice abbaglio degli occhi, il mondo cambia aspetto?
Quando il maestro ebbe cominciato a insegnarmi il samādhi, col passare del tempo cominciai all’improvviso a vedere attraverso il corpo umano, fino alle ossa e agli organi interni, anche se in modo poco stabile: a volte volevo vedere e non vedevo, altre volte, quando non volevo vedere, avevo gli occhi pieni di cuori, fegati, milze e polmoni della gente, ed era molto fastidioso! Il maestro mi disse: «Questo è il potere dell’occhio divino. La tua energia dell’occhio divino non è ancora sufficiente, perciò è instabile; in seguito si stabilizzerà».
E infatti, con il rafforzarsi della mia concentrazione, riuscii a controllarmi a piacimento: quando non volevo vedere, potevo chiudere il terzo occhio. E dopo che il maestro ebbe finito di spiegare i cinque occhi e i sei poteri soprannaturali del buddhismo, accettai con serenità e comprensione i fenomeni che accadevano a me stessa. Sul tema dei poteri soprannaturali, il maestro mi insegnò: «Non giocare con i poteri soprannaturali. Prima di tutto, i tuoi canali non sono ancora del tutto aperti, figuriamoci completamente trasformati: usare i poteri soprannaturali consuma moltissima energia, e così sarà ancora più difficile accumulare l’energia e raggiungere un’ulteriore trasformazione del corpo. In secondo luogo, giocare con i poteri soprannaturali attira facilmente demoni esterni e ti fa intromettere nel karma altrui». Chiesi: «Ma non è forse vero che molti bodhisattva, come si legge nei sutra, giocano con i poteri soprannaturali?» Il maestro sorrise e disse: «Se realizzi la vacuità, puoi giocare come vuoi. Del resto, quello che hai tu non si può ancora considerare un potere soprannaturale: è soltanto una piccola capacità». Allora pensavo che avere poteri soprannaturali non fosse una cosa negativa: anche una piccola capacità rende facile sviluppare una fede autentica nel Dharma, la pratica non sembra noiosa, e vedere quegli stati rafforza la fiducia nella coltivazione della Via.
Ma ogni cosa ha i suoi pro e i suoi contro: avere piccoli poteri soprannaturali rende più facile smarrirsi e cadere preda dei demoni. Perché l’abbandono di avidità, ira, ignoranza, arroganza e dubbio nel cuore non è qualcosa in cui i poteri soprannaturali possono aiutare: se alla fine non riusciamo a recidere le tendenze abituali e a risvegliare la saggezza, per quanto grandi siano i nostri poteri, non otterremo mai la libertà di corpo e mente, né potremo mai giocare a piacimento con i poteri soprannaturali…
Tornata dal Monte Putuo, a casa tutto era tranquillo e ognuno era tornato al proprio posto. Il guadagno più grande, sentivo, era che il mio cuore si era molto allargato e il mio animo era diventato sempre più pacato. In quel periodo cominciai a leggere una grande quantità di sutra buddhisti: divoravo con avidità ogni testo buddhista che riuscivo a comprare o a prendere in prestito. Il Sutra del Diamante, il Sutra del Loto, il Sutra della Perfetta Illuminazione, lo Śūraṅgama Sūtra, il Laṅkāvatāra Sūtra, il Mahāparinirvāṇa Sūtra, il Sutra della Piattaforma del Sesto Patriarca, il Compendio delle Cinque Lampade, e inoltre gli insegnamenti di Nan Huaijin, del Vecchio Yuan Yin e di alcuni rinpoche tibetani, insieme ad alcuni testi confuciani e taoisti. Non riuscivo a comprendere tutto il significato di quei libri, e non riuscivo proprio a ricordarli. Se qualcuno mi avesse chiesto di cosa parlasse lo Śūraṅgama Sūtra, forse avrei raccontato il contenuto del Laṅkāvatāra Sūtra: soltanto io sapevo cosa ne traevo. Leggendo i sutra provavo una gioia segreta, simile a quella di un ladro che ha rubato un gioiello dal valore inestimabile… E in ogni libro, se c’era una sola frase che corrispondeva al mio stato d’animo di allora e risolveva il problema che avevo nel cuore, sentivo subito come se un nodo dentro di me si fosse all’improvviso sciolto, e il mio cuore fioriva di gioia. Era una sensazione di mente che si schiude e di illuminazione che scende dall’alto! Ero immersa nell’oceano dei sutra buddhisti, incapace di staccarmene…
In quel periodo anche il mio corpo cominciò a reagire. Prima di tutto, per un certo periodo ebbi un fortissimo mal di testa: guardando dentro di me, vidi che i canali energetici della mia testa erano diventati tutti rossi, come tubi d’acciaio arroventati. Il dolore era così intenso che sembrava di avere una meningite acuta: persino respirare a fondo o girare leggermente la testa faceva così male da farmi digrignare i denti, era insopportabile. Me ne stavo sdraiata a letto senza muovermi, e vidi aprirsi sulla sommità del capo un loto di carne: a ogni petalo che si schiudeva, sentivo un dolore lancinante… Alla fine il loto si aprì completamente, e i canali dell’energia sulla sommità del capo si incavarono, diventando come un ricevitore radar.
Questo processo durò all’incirca mezzo mese; poiché il maestro mi aveva detto che i canali energetici erano in fase di trasformazione e che non dovevo badarci, non provai né stupore né timore.
Il secondo fenomeno fu che, a intermittenza, non avevo voglia di mangiare: bevevo solo acqua e ogni tanto mangiavo un po’ di frutta. A volte per sette giorni, a volte per mezzo mese. In ogni caso lasciavo che tutto seguisse il suo corso naturale: se avevo fame mangiavo, se non ne avevo non mangiavo. Non dedicai troppa attenzione ai cambiamenti del mio corpo.
In quel periodo, alcuni amici buddhisti o praticanti di qigong venivano spesso a trovarmi. Oltre a riceverli con calore, non facevo altro che intrattenermi con loro discorrendo di varie teorie buddhiste, cercando a tutti i costi di imporre loro le mie vedute, tutt’altro che mature e coerenti, e di spingerli con ogni mezzo ad abbracciare la fede nel Buddha e a coltivare il Dharma, senza lasciare loro il minimo spazio per inserirsi nel discorso. Gli amici che non nutrivano alcun interesse per il Dharma osservavano davvero il «precetto della sopportazione»: quasi tutti ascoltavano con pazienza il mio bombardamento continuo delle loro orecchie. Se ne andavano educatamente solo quando era ora di pranzo o molto tardi; io li trattenevo con insistenza e a volte infilavo loro in mano alcuni testi buddhisti che ritenevo di grande valore, dicendo che erano libri meravigliosi, da non perdere assolutamente, e che alla prossima visita li avremmo discussi insieme.
Non so come i miei amici siano riusciti a sopportare quel mio fanatismo di allora senza troncare l’amicizia con me. Alla fine, quasi tutti i miei amici cominciarono ad abbracciare il buddhismo o a interessarsi alla pratica della meditazione.
Sebbene seguissi il consiglio del maestro e cercassi per quanto possibile di non usare i poteri soprannaturali, con gli amici più cari ogni tanto me ne concedevo qualcuno: per esempio guardavo se avessero problemi agli organi interni, oppure qualche vicenda delle loro vite passate. Ricordo che un giorno venne a farmi visita una signora di mezza età; tra il serio e lo scherzoso mi chiese di controllare se avesse qualche problema ginecologico. Esaminai il suo utero e vi trovai un tumore nero. Dissi subito: «Lei ha un tumore maligno nell’utero». Non appena ebbi pronunciato quelle parole me ne pentii: com’ero stata avventata! In base alla mia esperienza di allora nel riconoscere le malattie, i tumori e le cisti all’interno del corpo si presentano generalmente in due colori: tendente al nero o tendente al rosso. Il nero indicava di solito una lesione maligna, il rosso una benigna. Ma ora, dopo anni di pratica medica, so che anche alcuni tumori benigni, quando si sono formati da troppo tempo e il paziente ha qi e sangue molto debilitati, possono emanare per un breve periodo una luce nerastra; dopo un periodo di cura con farmaci, la luce del tumore torna rossa e il tumore si riduce gradualmente.
Appena udì le mie parole, la signora sbiancò in volto e scoppiò a piangere. Non mi aspettavo che fosse così fragile; mi affrettai a rassicurarla dicendole che a volte potevo sbagliare, che poteva andare in ospedale a farsi controllare di nuovo e che, se davvero le cose stavano come avevo detto, meglio scoprirlo presto. Non accettò né respinse le mie rassicurazioni: se ne andò piangendo. Rimasi a sedere in casa, mogia e abbattuta. Sapevo per esperienza che, quando scoprivo per caso la malattia di qualche paziente visitato in passato, la diagnosi si rivelava in genere molto precisa. Mi sentii un po’ dispiaciuta per lei e pensai che d’ora in poi non avrei più diagnosticato le malattie agli altri: anche se le avessi scoperte, non avrei potuto curarle, e non avrei fatto altro che aggiungere sofferenza. Eppure mi sembrava anche che, se un praticante vede qualcuno malato e non glielo dice, la coscienza non possa restare in pace. Rimasi seduta da sola a lungo, con lo sguardo fisso nel vuoto, ripetendo in cuor mio: «Se fossi una brava dottoressa! Come sarebbe bello essere come gli antichi Li Shizhen, Hua Tuo e Bian Que, che curavano e salvavano i malati!» Non avrei mai immaginato che questo mio desiderio si sarebbe realizzato molto presto!
Una sera, mentre ero seduta in meditazione, arrivò il maestro e mi disse che mi avrebbe portata a conoscere un altro maestro. Dopo aver camminato un po’ nello stato di samadhi, il maestro mi condusse davanti a una tomba: sulla lapide era scritto «Tomba di Li Shizhen»! Il maestro mi disse di prosternarmi davanti alla tomba. Senza pensarci due volte, mi inchinai fino a terra davanti alla lapide. La tomba si spalancò all’improvviso; un uomo ne saltò fuori, mi prese per mano ed esclamò: «Ti aspettavo da molto tempo! Ti porto a conoscere le erbe medicinali». Prima ancora che riuscissi a rendermene conto, mi aveva portata davanti a una collinetta ricoperta di erbe medicinali. Tutto eccitato, mi diceva il nome di ogni pianta, una dopo l’altra; parlava velocissimo, e io mi sforzavo di memorizzare…
Quando uscii dallo stato di samadhi, ripensai all’esperienza vissuta, piena di dubbi: possibile che poco fa fossi caduta in uno stato di torpore e mi fossi addormentata, facendo un sogno?! Li Shizhen era morto da quasi mille anni: non si era ancora reincarnato? Eppure nel mio cervello avevo registrato con chiarezza i nomi di diverse erbe medicinali e il loro aspetto. Le disegnai semplicemente su un foglio di carta, pensando di chiedere a mio fratello il giorno dopo.
Il giorno dopo mio fratello, dopo aver ascoltato le mie parole, guardò i disegni e i nomi delle erbe che avevo tracciato e disse: «Controllo nel Bencao Gangmu». E infatti nel libro trovò i nomi di quelle erbe di cui avevo parlato, e le illustrazioni accanto erano quasi identiche a quelle che avevo disegnato io. Disse che quelle erbe medicinali non erano molto usate e che non conosceva bene i loro nomi. Durante il samadhi il maestro mi disse: «Puoi prendere Li Shizhen come maestro, e lasciare che ti insegni le conoscenze della medicina cinese». Da allora Li Shizhen divenne il mio secondo maestro. Più tardi arrivò un altro maestro di cognome Huang, che mi insegnò soltanto l’agopuntura. Come in passato quando studiavo con il maestro, ogni giorno dopo essere entrata in samadhi ascoltavo Li Shizhen esporre la teoria della medicina cinese e Huang Shifu spiegare l’agopuntura. Tenevano lezione molto in fretta, con testi e immagini ricchi e vivaci. Per esempio, quando Li Shizhen spiegava un’erba medicinale, quella pianta appariva vivida e reale davanti a me. Se non riuscivo a vederla bene, in un istante poteva essere ingrandita diverse migliaia di volte. Quando Li Shizhen spiegava che la natura dell’erba era fredda e che il suo sapore era acido, nel mio stomaco comparivano nello stesso tempo le sensazioni di freddo e di acido. Quando spiegava i meridiani percorsi dall’erba, davanti a me appariva un corpo umano vivo. Solo che era trasparente, e potevo vedere chiaramente come, con diverse combinazioni e dosi, il medicinale scorresse lungo i suoi canali energetici…
Quando Huang Shifu spiegava l’agopuntura, davanti a me compariva ugualmente un corpo umano trasparente. Il suo qi e il suo sangue circolavano, la distribuzione dei meridiani era collegata da una luce di colore scuro, e i punti di agopuntura, particolarmente luminosi, formavano puntini di luce che brillavano scintillando. Quando Li Shizhen e Huang Shifu comunicavano con me, non era facile come con il maestro: spesso non capivamo ciò che l’altro voleva esprimere. Mentre li ascoltavo tenere lezione, la mia mente era completamente vuota; una volta uscita dal samadhi ricordavo soltanto alcuni dei loro metodi di insegnamento e le immagini, mentre del contenuto delle loro lezioni ricordavo molto poco. Con un po’ di apprensione chiesi al maestro: «Se imparo la medicina cinese in questo modo, una volta uscita dal samadhi non potrò metterla in pratica». Il maestro disse: «Non importa. Ciò che ti hanno spiegato è già stato programmato e immesso nel tuo cervello; quando in futuro ne avrai bisogno, uscirà naturalmente». Non mi preoccupai più e mi limitai ad andare ad ascoltare le lezioni ogni giorno dopo essere entrata in samadhi.
Questo studio proseguì per oltre sei mesi, finché un avvenimento non venne a interromperlo.
Un giorno mio marito comprò cinque chili di grasso di maiale e mi chiese di ricavarne lo strutto. Dopo il ritorno dal Monte Putuo, la carne non mi faceva più ribrezzo: in casa mangiavano carne mio marito, la domestica e i bambini; solo io mangiavo vegetariano. La mattina misi tutto il grasso nel wok e lo scaldai; quando si fu sciolto del tutto in olio, lo versai in una grande bacinella. A quel punto l’olio aveva già cominciato a emettere fumo bluastro, e ne riempii una bacinella fino all’orlo. La bacinella d’olio stava sul piano di lavoro della cucina; pensai che quel posto fosse troppo basso: se per caso fosse venuto un bambino a giocare e l’avesse urtata, le conseguenze sarebbero state inimmaginabili. In quel momento la mente mi si annebbiò: afferrai quella bacinella colma d’olio e la sistemai sul davanzale della finestra del condominio. Il davanzale era largo quanto un palmo di mano; anche un bambino avrebbe capito che era impossibile appoggiarvi la bacinella, eppure io lo feci lo stesso.
Appena appoggiata, la bacinella si inclinò da un lato; mentre l’olio si rovesciava, allungai la mano per sorreggerla. Il risultato fu che l’olio si riversò tutto sul mio braccio destro. Lasciai uscire un urlo e non so nemmeno come riuscii a balzare dalla cucina al soggiorno. Quando ripresi conoscenza, ero seduta in soggiorno con la mano sinistra a sorreggere il braccio destro, piangendo a dirotto dal dolore; il braccio destro divenne in un attimo tutto rosso, e la mano destra si contrasse come un artiglio di gallina. Mentre il veleno dell’olio penetrava a strati sempre più in profondità, ogni pochi secondi un dolore lancinante mi trapassava il cuore. Seduta per terra, scalciavo alla cieca e piangevo a squarciagola: non avevo più cura della dignità, né ombra di compostezza meditativa; la domestica, spaventata, bussò a tutte le porte del piano per chiedere in giro un unguento per le ustioni.
Dopo essermi spalmata un po’ di unguento per le ustioni, riuscii a sopportare meglio il dolore. All’improvviso pensai a Li Shizhen: chiusi in fretta la porta della camera da letto e mi sedetti a meditare. Non mi sembrava di essere entrata in assorbimento, eppure vidi chiaramente Li Shizhen che versava un bollitore pieno di acqua bollente tutto sul mio braccio (era uno stato di assorbimento meditativo, da non imitare); poi prese una ciotola di una medicina rossa e densa, già pronta da tempo, e me la spalmò sul braccio poco a poco. Sentii tutto il braccio rinfrescarsi gradualmente, e il dolore si attenuò di molto. A quel punto sulla mano e sul braccio cominciarono a comparire grandi bolle; Li Shizhen, mentre applicava la medicina, mi confortava: «Non è nulla, non è grave, guarirà presto.» In quel momento avevo molta paura che la mano destra non potesse più distendersi e restassi invalida. Il maestro venne a trovarmi e mi disse: «Questa è la calamità che ti era destinata; abbiamo fatto tutto il possibile per ridurla al minimo, ma dovrai comunque patire un po’ di dolore alla carne. Stai tranquilla: guarirai del tutto.» Poi il maestro aggiunse: «Questa ustione da olio ti ha portato anche un guadagno inatteso: quel tuo urlo stridulo ha fatto uscire dall’assorbimento un mio amico.» In quel momento, in quella meditazione profonda, mi ritrovai all’improvviso in una grotta: su un cuscino di meditazione sedeva un uomo di Dao dai capelli sciolti. Aveva un’ossatura singolare e mi guardava con occhi vividi e penetranti; poi disse al maestro: «Per poco non rovinavamo tutto!» Lo vidi alzarsi, fare un profondo inchino davanti a un antico libro riposto su una lastra di pietra al suo fianco, poi prendere quel libro con grande riverenza e darlo a me. Sulla copertina c’era scritto «Canone Interno dell’Imperatore Giallo». Mi sedetti davanti a lui, ed egli cominciò a spiegarmi il contenuto del libro. Rimasi in uno stato di stordimento chissà per quanto, poi uscii dall’assorbimento…
Con l’aiuto dei maestri comprai anch’io in ospedale un po’ di unguento per le ustioni. Dopo una settimana, le grandi bolle erano completamente sparite e le dita tornarono a distendersi con agilità, ma la pelle cominciò a ulcerarsi. Il maestro disse: «Questa volta il veleno dell’olio dell’ustione farà uscire dalla mano tutte le tossine del tuo corpo; ci vorranno circa tre anni, in modo discontinuo, e il prurito si farà sentire: dovrai resistere.» Pensai che il prurito fosse comunque più sopportabile del dolore: bastava procurarsi una pomata antiprurito e, quando non ce la facevo più, potevo anche grattarmi. – Avevo tratto la mia conclusione troppo in fretta!
Quel prurito era come se miriadi di formiche strisciassero su tutto il corpo. Appena la mano e il braccio cominciavano a prudere, tutto il corpo reagiva: prudevano perfino la lingua e il cuore, e non c’era nulla da fare se non rotolarsi nel letto. Con il dolore riuscivo ancora a sopportare di restare seduta qualche minuto, ma con il prurito non potevo meditare nemmeno per un secondo. Per fortuna gli accessi di prurito avevano un ritmo regolare: di solito erano più forti a mezzogiorno e a mezzanotte. La sera andavo a letto il più presto possibile, ma a mezzanotte, per quanto fossi profondamente addormentata, venivo svegliata di soprassalto dal prurito. In quel periodo mio marito era in viaggio d’affari; a farmi compagnia c’era solo un’anziana domestica, e le sono molto grata per come si prese cura di me: appena nel cuore della notte sentiva i miei lamenti, si alzava di corsa, riempiva la bacinella con l’acqua bollente del bollitore e ci metteva dentro una grossa manciata di sale; io allora vi immergevo il braccio poco a poco. A quel punto la carne era leggermente ulcerata, e in preda al prurito non badavo nemmeno all’acqua bollente. Ogni accesso durava circa mezz’ora; quando finiva, dalla pelle ulcerata colava un liquido giallo e velenoso. Poiché si trattava di espellere le tossine, i maestri si limitavano a osservare da un lato e a confortarmi. Una volta dissi al maestro: «Non sopporto più questo prurito; vorrei tagliarmi questo braccio con un coltello.» Il maestro mi guardò con affetto e dolore, senza dire una parola; pensai che questa volta nemmeno lui poteva fare nulla per me. Ma qualche giorno dopo il maestro venne a trovarmi molto contento, portando con sé una persona: il maestro chiamava quella persona «maestro».
Quella persona sembrava molto più giovane del maestro. Guardò la mia mano e disse: «Cominciamo.» Il maestro mi fece sedere in quiete, e i due si sedettero davanti a me. Non appena calmai la mente, sentii il suono di un guqin: davanti al maestro era già stato sistemato un guqin, e lo stava suonando, mentre l’altro maestro teneva in braccio un pipa. Il suono del guqin del maestro era grave e melodioso; il pipa dell’altro maestro emetteva solo un «uuu uuu», come il soffio del vento.
In un istante, dagli strumenti dei due maestri si sprigionarono innumerevoli raggi di luce dorata che mi avvolsero. Avvertii all’improvviso un calore che pervadeva tutto il corpo: vidi i miei meridiani emettere fasci di luce bianca, intensa e abbagliante, che si fondevano con la luce dorata. La musica che giungeva alle mie orecchie si faceva sempre più veemente; fui trapassata e dissolta da miriadi di raggi di luce, e svanii nella luce. In quel momento capii all’improvviso che i due maestri stavano espellendo le mie tossine con i cinque suoni; poi non seppi più nulla. Quando mi risvegliai, i due maestri non c’erano più; guardai il mio braccio e vidi che era già migliorato. Da allora in poi il prurito si attenuò di molto: prudeva solo la parte ustionata, e le altre parti del corpo non reagivano più. Non sapevo cosa dire al maestro; le lacrime mi scesero in silenzio.
In seguito il maestro mi disse che, per far uscire il veleno dal braccio più in fretta, avrei potuto esercitarmi nel taijiquan. Così trovai un insegnante e per alcuni mesi studiai il taijiquan e la spada del taijiquan; anche se i miei movimenti non erano precisi, questo contribuì comunque alla guarigione del braccio.
La seconda volta che il maestro mi convocò fu per il pellegrinaggio al Monte Wutai; questa volta in famiglia quasi nessuno si oppose. Il Monte Wutai distava da casa mia solo poco più di due ore di macchina, e il tempo sarebbe stato breve: bastava una settimana. Al Monte Wutai c’ero già stata una volta, ma allora era stato solo per svago: avevo comprato qualche souvenir e me ne ero tornata a casa. Questa volta, ovviamente, era diverso. Anche mia sorella maggiore era piena di entusiasmo: prese una settimana di ferie per venire con me e mio fratello minore. Giunti al Monte Wutai, trovammo prima una piccola locanda dove alloggiare, poi andammo a rendere omaggio al picco del Bodhisattva. Mentre pregavamo nella Sala del Grande Eroe del picco del Bodhisattva, all’improvviso un fanciullo apparve davanti a noi e disse: «Oggi Manjushri non c’è; mi ha incaricato di dirti che domani, quando la luna sarà piena, ritornerà». Poi andammo in successione in pellegrinaggio al picco Dailuo.
La sera del giorno dopo era appunto il quindicesimo del calendario lunare. Pensai: non ho mai visto Manjushri, oggi devo assolutamente aspettare il suo ritorno. Dalle undici di sera mi misi a meditare seduta, rivolta verso la finestra: attraverso il vetro potevo vedere il cielo notturno sereno e una luna piena sospesa nel cielo. Non ricordo se fossi entrata in samadhi o avessi gli occhi aperti; a un tratto vidi un minuscolo punto nero che sembrava muoversi verso di me dalla direzione della luna. In un istante il vetro della mia finestra fu avvolto da una luce bianca, e vidi Manjushri, seduto con la schiena dritta su un leone azzurro, entrare dalla finestra. Rimasi completamente sbalordita: che meraviglia! Se in passato le creature più belle che avessi mai visto erano le dee celesti, al confronto con l’apparizione di Manjushri erano fin troppo volgari. Nella luce nebulosa, Manjushri si manifestava in forma maschile, con vesti e ornamenti solenni e sfarzosi; in mano teneva un flauto traverso, portato alla bocca per suonare. Il leone azzurro era accovacciato sotto le sue gambe; il flauto sembrava suonare, ma io non udivo alcun suono. Domandai: «Bodhisattva, cosa stai suonando?» Manjushri rispose: «Suono tutti i suoni del mondo…» Manjushri sembrò chiedermi se andasse tutto bene. Risposi che stavo benissimo. Gli dissi: «Domani intendo compiere il pellegrinaggio ai cinque picchi?» Dopo una decina di minuti, l’immagine di Manjushri svanì dalla stanza.
I cinque picchi del Monte Wutai sorgono sulle cime di cinque vette e rappresentano le cinque saggezze di Manjushri. Il pellegrinaggio al picco Dailuo è il piccolo pellegrinaggio ai cinque picchi; il pellegrinaggio alle cinque cime è il grande pellegrinaggio. A quel tempo sulle cinque montagne si stavano costruendo strade di montagna a tornanti, e le automobili non potevano salire; noleggiammo un triciclo ricavato da una motocicletta, e la strada era molto impervia. A parte il picco nord, dove il triciclo non poteva salire, alle altre quattro cime arrivammo in veicolo fino in vetta, impiegando una giornata per ogni montagna. Dopo cinque giorni, tutti e tre avevamo la pelle del viso spellata dal sole: durante il pellegrinaggio ai cinque picchi avevamo infatti reso omaggio anche ai templi lungo la strada; ogni monastero che si riusciva a trovare sulla cartina dovevamo visitarlo, e anche se ne restavano solo le rovine, il maestro voleva che andassi a vederle: diceva che serviva a stringere buoni legami con tutti gli esseri. All’epoca, ogni sera al ritorno la mia mano prudeva ancora: la pelle era coperta da una fitta miriade di piccole vesciche, e anche la mano sinistra, mai ustionata, come la destra cominciava ad arrossarsi, a ulcerarsi e a trasudare liquido; ma il prurito riuscivo ancora a sopportarlo. Il maestro diceva che il corpo stava espellendo il veleno; mi disse di mangiare poco, meglio ancora non mangiare affatto se possibile, di bere molta acqua e di mangiare frutta e verdura, di meditare di più e di restare quanto più possibile calmo e sereno, senza arrabbiarsi: così dentro il corpo si sarebbe formato meno veleno nuovo.
Tornata dal Monte Wutai, cominciai ad avvertire disturbi a intervalli: spesso non avevo voglia di mangiare né di bere, tutto il corpo era floscio e senza forze, e avevo spesso una leggera febbre; ma dopo qualche giorno di riposo a letto tutto tornava normale. Il maestro diceva che era la trasformazione dei canali energetici; disse che una persona, per completare la trasformazione dei canali energetici, deve attraversare più di cento rinascite di diversa intensità, e che l’energia necessaria alla trasformazione basterebbe a far esplodere diversi pianeti. Ogni giorno meditavo per più di due ore; per un certo periodo il maestro stabilì che dovevo meditare almeno otto ore al giorno, così cercavo di ritagliarmi il tempo per sedermi. Bastava che le ore di meditazione accumulate nell’arco della giornata arrivassero a otto perché il compito fosse assolto.
Ma il maestro disse che così l’energia era ancora ben lungi dall’essere sufficiente: la causa principale era che, dopo essermi alzata dalla meditazione, i pensieri e le intenzioni che sorgevano consumavano gran parte dell’energia accumulata sedendo. Perciò il maestro disse: «Per trasformare i canali energetici bisogna prima trasformare i pensieri della mente: quanto più si svuota la mente dai pensieri, tanto più energia si può accumulare. Solo quando la mente non dimora più in alcunché l’energia non si disperde in gran quantità.» Di solito, dell’energia accumulata con la meditazione, una piccola parte veniva consumata dalle sei radici sensoriali, mentre gran parte andava perduta quando la mente si agitava. Anche se riuscissimo a rimanere tranquilli tutto il giorno, senza raggiungere una mente libera da ogni attaccamento, al massimo riusciremmo ad aprire solo una parte dei canali energetici; e se non si opera la trasformazione, i canali già aperti si ostruiscono di nuovo. È così che spesso ci ritroviamo a oscillare in questo processo.
Dalla mia esperienza di pratica e verifica, ho scoperto che all’inizio i canali centrale, sinistro e destro di cui parla il tantra non si possono vedere per intero. Sono pieni di sangue, avvolti dai cento canali e aggrovigliati con gli organi interni: i condotti energetici sono molto sporchi. Quando la pratica raggiunge un certo livello, i condotti cominciano a purificarsi: solo allora assumono una certa forma, e talvolta si aprono. Continuando a coltivare, i condotti cominciano a riempirsi di luce (quando accumuliamo abbastanza energia, questa si trasforma in luce). Solo allora i canali sinistro, centrale e destro si manifestano completamente, del tutto identici a come sono descritti nei libri: il canale centrale emette una luce blu e rossa. Poiché tutti i nostri organi nascono accanto ai canali, è normale che, una volta aperti i canali energetici, gli organi si spostino leggermente; ma il movimento è così sottile che dall’esterno non è possibile accorgersene. I grovigli principali fra i cento canali e i tre canali sono i chakra; questi chakra, seguendo la trasformazione dei canali energetici, si aprono a livelli diversi. Ogni volta che un chakra si apre, compaiono poteri diversi. È difficile che una persona comune li apra tutti; a volte, anche coltivando bene, si apre solo una parte di un chakra.
I condotti energetici di tutto il nostro corpo sono numerosi come i fiumi della Terra: impossibile contarli. Se i canali energetici fossero tutti aperti e trasformati, ogni nostra cellula verrebbe al tempo stesso convertita in luce; ciò supererebbe già la portata dei cinque occhi e dei sei poteri soprannaturali: si potrebbe allora, raccogliendosi, assumere forma, e disperdendosi, diventare qi.
Corpo e mente sono interdipendenti. La maggior parte delle persone può cominciare solo dalla trasformazione della coscienza mentale per giungere poi alla trasformazione fisiologica. Ma se interviene un aiuto esterno, a volte, attraverso la trasformazione fisiologica, si può influenzare a ritroso quella della coscienza mentale. Il mio processo di pratica e realizzazione appartiene a quest’ultimo caso. In quel periodo, durante il samadhi o nei sogni, capitava spesso che piccoli animali venissero a farmi visita o a chiedermi aiuto, di solito per sfuggire a qualche calamità o perché li aiutassi nella loro liberazione; serpenti e volpi erano i più frequenti. Spesso portavano ginseng, lingzhi o tesori come ricompensa per me. E io, nel samadhi, mangiavo quelle cose per accrescere la mia energia. Una volta un serpente nero, corto e tozzo, venne a offrirmi un tesoro: vidi che sputò fuori una perla verde scuro. Pensai che fosse la perla interiore del serpente e che, se l’avessi presa, sarebbe morto. In quel momento risuonò una voce: «Afferrala subito e mangiala!» Feci come mi era stato detto. All’improvviso, davanti a me comparvero decine di migliaia di serpenti, e anche tartarughe; sembravano tutti molto eccitati, esultanti. Il Re Serpente disse che da centinaia di anni abitavano in una palude a centinaia di chilometri da me, ma che ora incombeva una calamità: l’intera famiglia sarebbe stata annientata. Mi supplicò di salvarli…
Dopo quell’avvenimento, il maestro mi disse che, d’ora in poi, qualunque cosa quegli animali fossero venuti a offrirmi, avrei dovuto accettarla: se non l’avessi accettata, non avrei potuto stabilire un legame con loro, né liberarli. Per di più, il mio percorso di pratica richiedeva troppa energia, che non avrei potuto accumulare con brevi sedute di meditazione. Le cose che offrivano avevano accumulato l’energia di centinaia, persino migliaia di anni: mangiandole, potevo assimilarla direttamente. C’era però qualche inconveniente: quando quell’energia si concentrava direttamente nel mio corpo, per un certo tempo non riusciva a fondersi con me, e c’erano anche delle tossine da espellere, con qualche disagio. Se l’energia era troppo intensa, a volte i miei canali energetici non riuscivano a trasformarsi in breve tempo e mi sentivo soffocare, tanto da avere alternanze di caldo e freddo, agitazione e irritabilità. Il maestro mi insegnò alcuni semplici metodi per regolare e rilasciare l’energia…
Dimenticavo di menzionare il mio protettore del Dharma: il Re Leone. Lo amavo moltissimo. Era stato il maestro a portarlo, e per oltre tre anni mi fu inseparabile: di notte, mentre dormivo, se ne stava accovacciato in silenzio accanto al mio letto. Aveva il corpo coperto di pelo bianco, duro, ogni pelo rigido come un ago d’acciaio; era lungo più di due metri. Quando meditavo, faceva la ronda avanti e indietro vicino a me. Una volta, durante il samadhi, un folletto velocissimo mi strappò all’improvviso la mala che stava davanti al mio posto: non avevo ancora avuto il tempo di reagire che il Re Leone l’aveva già raggiunto e azzannato in mezzo, spezzandolo in due. Rimasi a bocca aperta e, in cuor mio, rimproverai al Re Leone la sua mancanza totale di compassione: era solo una mala, perché azzannarlo in quel modo così atroce? Ma il Re Leone continuava imperterrito per la sua strada, senza dare il minimo ascolto ai miei ammonimenti. Una volta, nel sonno, il Re Leone mi mise all’improvviso il suo enorme capo davanti al viso, fissandomi con occhi grandi come campanacci: quella faccia era davvero la più spaventosa del mondo. Ero così terrorizzata da non osare respirare, eppure lui non mostrava alcuna intenzione di allontanare il capo da me. In cuor mio sapevo che non nutriva cattive intenzioni, ma avevo troppa paura; così chiamai in silenzio il maestro perché mi togliesse dai guai. Da allora il Re Leone non lo fece mai più e divenne molto docile. A volte passavo la mano sul suo dorso; di notte, a letto, ero abituata a posarvi la mano, perché, sebbene fosse accanto al mio letto, il suo dorso sporgeva comunque di un tratto sopra il materasso. Era molto amichevole con i piccoli animali che venivano a cercarmi: quando ero occupata, li sistemava perché mi aspettassero tranquilli in disparte. Dopo tre anni, il mio protettore del Dharma divenne Weituo, e il Re Leone mi lasciò. La protezione di Weituo era diversa da quella del Re Leone: non potevo vederlo in ogni momento; solo quando, nel samadhi o nella vita di tutti i giorni, mi coglieva all’improvviso il terrore, egli appariva dinanzi a me, e subito non avevo più paura di nulla. Una volta, nel samadhi, presi la pillola di elisir che mi aveva inviato un grande immortale e tutto il mio corpo cominciò a irradiare luce; in quel momento Weituo comparve all’improvviso al mio fianco. Mi guardò attentamente e chiese: «Perché dalla tua testa esce una luce blu?» Sorrisi e risposi che era per via della pillola di elisir che avevo mangiato. Weituo disse serio: «La prossima volta che prendi una pillola, avvisami: pensavo fosse successo qualcosa.»
Il maestro aveva più di ottanta discepoli che lo seguivano abitualmente. Il giovane monaco che mi aveva portato la prima volta dal maestro era il fratello maggiore; lui e il secondo fratello venivano spesso a trovarmi. Avevano l’aspetto di comuni monaci, mi chiamavano «sorellina» e mi portavano cose buone da mangiare.
La clinica di mio fratello a quel tempo era già aperta da tre o quattro anni, ma da quando avevo iniziato la mia pratica di coltivazione egli spesso mi accompagnava fuori, così la clinica restava spesso chiusa. Lui aveva un atteggiamento un po’ negativo verso il fatto di tenere aperta la clinica: diceva che io individuavo le malattie con tale precisione che lui, con la palpazione del polso, non sarebbe mai riuscito a imparare a essere altrettanto accurato; sentiva che se non fosse stato in grado di diventare un buon medico, sarebbe stato irresponsabile verso i pazienti, e tanto valeva abbandonare del tutto la professione. Ma aveva un buon carattere, faceva pagare poco, e i pazienti che venivano nella sua clinica erano per lo più casi di raffreddore e febbre: bastavano un’iniezione e qualche medicina perché guarissero, così i pazienti che lo cercavano erano sempre di più. Alcuni residenti che abitavano vicino alla clinica, quando non avevano nulla da fare, amavano radunarsi lì per chiacchierare e giocare a scacchi, e tutti si sentivano molto bene. E così mio fratello, a poco a poco, continuò a mandare avanti la clinica.
Una volta mia madre si ammalò gravemente: rimase a letto per una settimana e, dopo una settimana di flebo, non mostrava il minimo segno di miglioramento. Da quando ho memoria, mia madre era piena di malattie: diabete, cardiopatia congenita, grave nevrastenia, aderenze intestinali, ptosi gastrica, pielonefrite e via dicendo; non c’era un solo giorno in cui non vivesse nella sofferenza. Mio fratello non sapeva proprio che fare, e anch’io ero molto in ansia. In silenzio pregai per lei davanti al Buddha. Forse perché desideravo con tutto il cuore salvare mia madre, quella notte, nel cuore della notte, mi svegliai di soprassalto da un sogno; guardai l’orologio: erano appena le tre passate, eppure non avevo più per niente sonno, così mi alzai e mi sedetti a meditare. In quel momento nella mia mente apparve all’improvviso uno schermo argenteo colmo di luce bianca, sul quale si mostrava in modo nitido una ricetta; mi affrettai a prendere carta e penna e la copiai. Per intuizione sentii che poteva curare la malattia di mia madre. Il giorno dopo, tutta euforica, la portai a mio fratello: era la prima ricetta che avevo formulato. Mio fratello la guardò e disse: «Le dosi di alcune medicine superano di gran lunga le quantità abituali, e anche la quantità di arsenico è troppo alta». Bisognava darla o no a nostra madre? Ci guardammo l’un l’altro senza riuscire a decidere. In quel momento nostra madre, chissà come, sentì dalla sua stanza le nostre parole e disse: «Non abbiate paura, preparatemi la medicina; tanto la mamma ha preso medicine per quasi tutta la vita e questa malattia non è mai guarita, stavolta proviamo la tua ricetta». Mio fratello a un tratto prese la decisione e fece preparare la medicina. Poco dopo la medicina fu decotta e portata davanti a nostra madre. Con il cuore in gola guardammo nostra madre bere la medicina e poi sdraiarsi di nuovo. Poco dopo si addormentò, e a giudicare dalle apparenze non sembrava esserci problema. Dormì un sonno molto profondo, forse perché da giorni, per la malattia, non aveva dormito bene; quando si svegliò era già mezzogiorno. Le sue forze erano molto migliorate, e subito si alzò dal letto e si mise a muoversi per casa; dopo aver finito le tre dosi di medicina, era tornata come al solito. E così mia madre fu la prima persona a prendere le mie medicine.
Mia madre si riprese temporaneamente, e ne fui molto contenta, ma fino ad allora non mi ero mai messa in relazione con un medico: ciò che apprendevo nel samadhi, pensavo, era tutt’altra cosa rispetto a ciò che facevo dopo esserne uscita. In quel periodo comunicavo spesso anche con Li Shizhen, Huang Shifu e gli altri; poiché si trovavano nello stato intermedio, a casa offrii loro alcune tavolette commemorative. Li vedevo spesso praticare la meditazione nel loro stato intermedio: ogni volta che si sedeva a meditare, Li Shizhen accendeva un cerchio di candele attorno al suo cuscino e davanti a sé poneva una ciotola per le medicine gialla con il bordo dorato. Una volta, nel bel mezzo della meditazione, all’improvviso dovette uscire per una faccenda; allora io, di nascosto, mi sedetti al suo posto per fare un’esperienza.
Appena chiusi gli occhi sentii il battito del mio cuore così forte da essere insopportabile, il suono del sangue che scorreva come l’acqua di un ruscello, e anche il suono della rotazione della Terra. Anche se di solito, nel samadhi, riuscivo a sentire questi suoni, non erano mai stati così forti; questa volta ero così disturbata dal rumore che non riuscivo a stare ferma neppure un istante. Inoltre la ciotola per le medicine davanti a me si era riempita di innumerevoli crepe, e le candele accanto a me, come mosse dal vento, se ne erano spente alcune. Spaventata, balzai subito giù da quel cuscino.
Li Shizhen non ne fece più menzione in seguito. Mentre sedeva in meditazione, diedi di nascosto un’occhiata alla scodella delle medicine: era ancora in perfette condizioni, non si era rotta. Chiesi al maestro, e lui mi disse che se, quando mi siedo in meditazione, riesco a fermare il respiro e a fermare i polsi, quel fenomeno non si verificherà più. Li Shizhen praticava anche la spada: in meditazione lo vedevo spesso danzare con la spada e dedicarsi alla calligrafia. Un giorno Li Shizhen cambiò completamente aspetto: indossava una veste da monaco, aveva il capo rasato e recava persino i segni delle bruciature dell’ordinazione. Li Shizhen era diventato un monaco?! Il fatto è che di solito appariva nell’abbigliamento di un medico della corte imperiale dell’antichità. Huang Shifu disse: «Il maestro Li ha portato a compimento la sua pratica.» Non sapevo nemmeno a quale stadio di realizzazione corrispondesse quel compimento, eppure, tutta contenta, comprai frutta, accesi incenso e allestii offerte di vino, perché i maestri Huang e Li amavano entrambi bere. Dopo quel giorno, Li Shizhen riprese l’aspetto del medico, ma mi accorsi che il suo modo di parlare era più pacato e aperto, e che il suo aspetto si faceva sempre più nobile e maestoso, con una luce rossa che spesso gli splendeva tra le sopracciglia.
Più tardi arrivarono altri maestri, tutti celebri medici dell’antichità. Tra quelli che non conoscevo c’erano un re della medicina del Tibet e un medico giapponese. Ogni volta che ne arrivava uno, allestivo una targa commemorativa e gli rendevo offerte: erano tutti esseri nel bardo. In meditazione li vedevo spesso riunirsi a discutere di una formula medicinale o di argomenti di pratica, e spesso andavano in montagna a raccogliere erbe. Ma non riuscivo a comprendere del tutto le loro azioni. Da quando avevo scritto una ricetta per mia madre, avevo cominciato a farmi un nome in famiglia: quando qualcuno in casa non stava bene, non si rivolgeva più a mio fratello, ma a me.
All’inizio, ogni volta che dovevo prescrivere loro una formula, facevo la diagnosi di giorno e solo a mezzanotte, come la prima volta, nella mente mi si formava la ricetta. Col passare del tempo, anche amici e parenti cominciarono a venire da me per farsi curare, e a poco a poco, dopo la diagnosi, la condizione del paziente mi entrava nel cervello e la formula corrispondente scorreva da sola dalla mia penna. Nei primi tempi, mettendo mano alla penna, sbagliavo ancora qualche nome di erba medicinale. Man mano che la fama si diffondeva sempre più lontano, mi ritrovai, senza rendermene conto, circondata dai malati, e cominciai la mia carriera di medico che cura le malattie e salva le vite.
Quando il maestro Li Shizhen mi spiegava la composizione delle formule, soleva dire: in antico le erbe medicinali spontanee erano numerose, mentre le odierne erbe della medicina cinese sono quasi tutte coltivate e di qualità scadente. Inoltre raccolta e lavorazione non sono rigorose, il grado di umidità delle erbe non rispetta le norme, eppure le malattie dell’uomo moderno sono sempre più complesse. Perciò, quando prescrivevo le formule, per molti farmaci superavo di gran lunga i dosaggi abituali delle erbe medicinali registrati nel Compendio di Materia Medica, e ricorrevo spesso anche a erbe poco comuni e a rimedi pregiati. Diceva: in antico, per la difficoltà dei trasporti, lo scambio di erbe tra nord e sud era molto difficoltoso, e certe erbe pregiate esistevano soltanto nella corte imperiale: la gente comune non le vedeva nemmeno e non poteva permettersele. Perciò le decozioni tramandate da quei celebri medici di provincia contengono per lo più erbe comuni ed economiche. Oggi invece la farmacopea cinese è molto completa: tutto ciò che compare in una ricetta il paziente può di norma procurarselo. Ma io non prescrivevo aggiungendo o togliendo da una decozione imparata a memoria: per questo il mio modo di usare i farmaci si discosta molto da quello degli altri medici cinesi, e ricorro spesso anche a erbe tossiche. Questo creava qualche difficoltà ai pazienti: sebbene all’epoca li curassi gratuitamente e mi impegnassi non poco, quando portavano le mie ricette in ospedale o in altre farmacie non riuscivano a procurarsi tutte le erbe, e per quelle tossiche dovevano persino farsi rilasciare un certificato: procurarsi i farmaci era molto scomodo. Inoltre certi studi erano irresponsabili, con farmaci di qualità pessima, e per alcune erbe pregiate usavano persino falsi: anche questo mi lasciava molto inquieta…
In questa situazione, mio fratello investì per acquistare nel suo studio quasi un migliaio di erbe medicinali tra quelle che usavo di solito. Per procurarsele tutte, doveva attraversare le province e recarsi nelle aziende di erbe medicinali di ogni regione per vedere e controllare: era molto faticoso.
In questo modo per i pazienti fu molto più comodo procurarsi le erbe, e io potevo visitare con serenità. Inoltre, a quel tempo non avevo l’abilitazione alla professione medica, perciò non potevo ricevere i pazienti in nessuno studio. Chi veniva da me erano parenti che portavano amici, e amici che portavano parenti: potevo curarli soltanto a casa mia, e non ho mai accettato alcun compenso. Quando arrivavano amici da lontano, dovevano persino mangiare e dormire a casa mia. Il tempo che dedicavo ogni giorno alla meditazione diminuì ulteriormente.
Mi iscrissi all’esame di studio autonomo per adulti nella specializzazione di medicina tradizionale cinese, e in seguito ottenni senza difficoltà la licenza di medico professionista. Prima di ottenere la licenza, avevo già visitato gratuitamente diverse migliaia di pazienti, e le cartelle cliniche riempivano parecchie grandi casse. Durante l’esercizio della professione chiesi a Li Shizhen se avessi bisogno di andare a perfezionarmi per qualche anno in una facoltà di medicina. Lui rispose: «Non farlo, soprattutto non farlo: non portare nella tua mente quelle concezioni dogmatiche e rigide. Adesso sei come un foglio bianco: ciò che ti diciamo lo assorbi e basta, senza contrapporre le tue opinioni alle nostre, e in questo modo è più facile insegnarti.» Così abbandonai l’idea di studiare in una facoltà di medicina cinese, e al tempo stesso provai dolore per il declino della medicina tradizionale cinese della nostra patria.
Nei miei oltre dieci anni di esperienza clinica, di solito classifico le malattie in quattro tipi:
- Le malattie provocate dallo squilibrio dei quattro elementi, ossia le malattie generate dal vento, dalla calura estiva, dall’umidità e dalla siccità della natura e dalle emozioni dell’uomo: in genere questo tipo di malattie si può curare sia con la medicina cinese sia con quella occidentale;
- Le malattie karmiche: sono dovute al fatto che un’esperienza vissuta in una vita precedente ha lasciato un’impronta così profonda nella memoria dell’essere vivente che, dopo la rinascita, in questa vita un certo canale energetico del corpo risulta per natura diverso da quello degli altri; quando la capacità di resistenza del corpo diminuisce o matura una certa condizione karmica, la malattia si manifesta all’improvviso. La medicina occidentale di norma non riesce a individuarne la causa e spesso si verificano diagnosi e cure errate. Per esempio, un uomo in una vita precedente era un leone: mangiò un asino morto per una malattia infettiva, contrasse a sua volta la malattia e ne morì, perdendo pelle e pelo. In questa vita, superati i quarant’anni, gli comparve all’improvviso una malattia della pelle identica a quella che l’aveva ucciso nella vita precedente: in breve tempo tutto il corpo si coprì di grandi chiazze di psoriasi, con un prurito insopportabile, e i numerosi rimedi popolari che provò non servirono a nulla. Un giorno, senza volerlo, mangiò una scodella di carne d’asino e in pochi giorni la malattia della pelle guarì quasi del tutto. È una malattia karmica, ma la guarigione in questo caso fu piuttosto particolare.
Un altro paziente in una vita precedente era stato catturato dai giapponesi e dato in pasto alle zanzare; in questa vita è rinato come essere umano e il suo canale energetico contiene per natura il veleno delle zanzare. Dai trent’anni in poi su tutto il corpo e sul viso gli compaiono piccole bolle che, quando vengono grattate, si induriscono, si ulcerano e prudono molto. C’è poi un altro paziente: nella vita precedente era un pesce, rimasto incastrato in un tratto di rete metallica, ed era morto così. Dopo la rinascita in questa vita, il ricordo di quella malattia è rimasto nel suo canale energetico; un giorno avvertì all’improvviso un dolore violentissimo alla vita e alle anche. All’ospedale l’ecografia e la TAC non rilevarono nulla, e fu curato soltanto come un disturbo del sistema nervoso o un reumatismo. In realtà anche questa è una forma di malattia karmica.
- L’invasione degli agenti patogeni esterni. Ogni istante, in natura muoiono piccole forme di vita; dopo la morte esse continuano a esistere nello spazio sotto forma di onde biologiche, senza però occupare spazio. A causa del largo impiego di apparecchiature moderne – telefoni cellulari, computer e così via – e di fattori come l’inquinamento atmosferico e il clima, il loro spazio vitale subisce una certa interferenza. Così, se in un organo del corpo umano si crea un leggero squilibrio tra yin e yang, purché la frequenza di vibrazione dell’onda biologica del corpo coincida con la loro, esse, a prescindere da migliaia di chilometri di distanza, possono in un istante attaccarsi al corpo di una persona. Col passare del tempo, il danno agli organi è notevole. Per esempio, ci sono stati due pazienti con una sanguisuga attaccata al corpo: nel primo caso si era attaccata al fegato, provocando un’anemia emolitica di cui l’ospedale non riusciva a scoprire la causa. Nel secondo caso si era attaccata alla milza: il canale energetico del riscaldatore medio era ostruito e il paziente non riusciva a mangiare. L’addome inferiore era gonfio e la milza aveva cominciato a ingrossarsi e a restare senza sangue; l’ospedale gli asportò la milza, ma la malattia non guarì, perché la sanguisuga era rimasta nel canale energetico della milza. In casi come questi di infestazione da agenti patogeni esterni, occorre assolutamente espellerli dal canale energetico perché il paziente possa guarire completamente.
- L’ossessione da demoni esterni. Sono spiriti, demoni, essenze e mostri dell’universo che si attaccano al corpo, sempre in virtù di una qualche relazione karmica con il paziente. Nella grande maggioranza dei casi questi pazienti hanno un aspetto diverso dal normale: piangono e ridono; nei casi gravi perdono la ragione e dicono cose incoerenti. Ciò accade perché questi demoni esterni hanno preso il controllo del loro sistema nervoso (ci sono pazienti affetti da schizofrenia che presentano gli stessi sintomi, ma la causa è diversa, perciò non tutti i malati di mente rientrano in questa categoria). Se si riesce a diagnosticare con precisione, in realtà questo tipo di malattia è la più facile da curare: appena il demone esterno se ne va, il paziente guarisce. Se la malattia dura da poco e il sistema nervoso non è stato danneggiato, non serve nemmeno prendere medicine. Ma far andare via queste entità non è affatto facile: occorre risolvere alcune controversie accumulate tra loro e il paziente nelle vite precedenti e in quella presente, aiutarle a sciogliere i legami di gratitudine e rancore; se necessario, il medico deve anche aiutarle a ripagare i debiti con i propri meriti e la propria virtù, e avere la capacità di salvarle e liberarle. Per esempio, una paziente arrivò allo studio ballando, cantando e dicendo cose senza senso. I familiari riferirono che era in quello stato da oltre vent’anni. Questa paziente era vittima di ossessione da demoni esterni. Durante la diagnosi parlai con l’entità che la possedeva, le esposi i princìpi, le diedi una certa compensazione e sciolsi il suo antico legame karmico con la paziente; allora il demone esterno se ne andò. Prescrissi alla paziente quattro dosi di medicine per regolare il sistema nervoso e lo spirito; dopo aver preso le medicine guarì, e a distanza di anni non c’è stata più alcuna recidiva. Anche un altro paziente apparteneva a questa categoria, ma poiché prima di ammalarsi era molto debole, dopo che l’entità se ne fu andata il suo sistema nervoso rimase gravemente danneggiato; soffriva inoltre di insonnia, di pressione molto alta e di un leggero accumulo di liquido nei ventricoli cerebrali, e servirono ancora oltre sei mesi di regolazione prima che guarisse in gran parte. Perciò, in malattie di questo tipo, quanto più tempestiva è la regolazione dopo l’insorgenza, tanto minori sono i postumi per il paziente.
Oltre a queste quattro cause comuni, esiste anche un tipo di grandi epidemie naturali; in realtà alcune epidemie provengono da un’altra dimensione. Per esempio, ci fu un grande pitone che, praticando la coltivazione spirituale, aveva divorato innumerevoli sostanze velenose; coltivava da oltre diecimila anni, ma il richiamo del karma collettivo dell’umanità (che deriva dall’uccidere gli esseri viventi e dall’aggravarsi di avidità, collera, ignoranza, arroganza e dubbio) aveva distrutto il suo ambiente di coltivazione. Durante la migrazione, senza volerlo, inquinò la nostra dimensione: ovunque passasse, erba e alberi venivano distrutti, e sopra la Terra comparvero localmente campi di nebbia tossica rossa. Questi veleni entrano nei canali energetici del nostro apparato respiratorio e, combinandosi con pazienti diversi, generano diverse popolazioni di batteri mutanti; nei casi gravi, prima ancora che i batteri facciano in tempo a formarsi, corrodono direttamente i canali energetici dei polmoni, danneggiando così la funzione polmonare. La medicina moderna può soltanto rilevare lo stato di malattia già conclamata nei pazienti, ma non riesce a comprendere le cause profonde dell’insorgenza della malattia nella popolazione. Un altro esempio: anche il richiamo del nostro karma collettivo aveva distrutto l’ambiente di vita degli scorpioni di un’altra dimensione; essi comparvero all’improvviso in gran numero in un luogo, scatenando un’epidemia di avvelenamento che colpì molti animali da cortile. Perciò la purificazione del campo cosmico è una necessità per i tre mondi. Per quanto riguarda gli esseri umani, commettere meno atti di uccisione e coltivare pensieri di benevolenza da parte di ciascuno contribuisce in larga misura alla purificazione dell’universo.
In realtà, secondo l’insegnamento del Buddha, tutte le malattie sono manifestazioni del nostro karma, perché in origine siamo corpi di retribuzione karmica. Ma nel mondo di Sahā la manifestazione del karma è innescata da differenti cause e condizioni, che portano alla maturazione dei semi karmici; la mia classificazione delle malattie serve soltanto a distinguere le cure in base alle diverse cause e condizioni dell’insorgenza.
Le malattie sopra elencate a volte compaiono insieme nello stesso paziente, dando origine a sindromi combinate. In questi ultimi due anni i pazienti affetti da queste sindromi sono aumentati in modo vertiginoso, soprattutto tra le persone di mezza età e gli anziani oltre i quarant’anni.
Quando diagnosticavo le malattie consumavo molta energia: all’inizio visitavo dieci pazienti ogni mattina e nel pomeriggio dovevo meditare seduta per circa otto ore prima di riuscire a recuperare le energie. In seguito, con l’accrescersi della mia stabilità meditativa, mi bastavano due ore di seduta al giorno, ma la perdita di energia del cuore era notevole: a volte ero tanto stanca che il cuore mi tremava e i capelli cadevano in gran quantità. Eppure l’intero percorso di pratica è di per sé un processo di abbandono di sé e di dono disinteressato. Per stringere ovunque buoni legami karmici e portare a compimento i meriti, di tutto questo non mi importava. Ciò che più mi feriva, però, erano gli equivoci dei pazienti: alcuni non avevano alcuna malattia, ma venivano in visita per mettermi alla prova o per gioco. Nei primi tempi in cui facevo visite in studio episodi del genere accadevano ogni giorno, eppure cercavo di visitare ogni paziente con attenzione, esaminandogli tutto il corpo, e gratuitamente. Ciò che mi consolava era che tutti questi pazienti, andandosene, erano molto soddisfatti e si scusavano. C’era poi un’altra cosa: quasi l’80% dei pazienti, quando li visitavo, non voleva raccontarmi i propri disturbi. Così, se in realtà avevano dolore alle gambe, non ne facevano parola, e io dovevo esaminarli da dentro a fuori, da sopra a sotto, prima di arrivare finalmente alle gambe. Molti pazienti si concentravano soltanto sulla mia tecnica diagnostica, trovandola speciale; io invece ritenevo che più importante fosse la cura. Le peculiari combinazioni di erbe della medicina cinese apprese dal mio maestro porteranno certamente sollievo a ogni paziente che avrà un legame karmico con me.
In realtà la disposizione d’animo dei pazienti è comprensibile, e non voglio biasimare nessuno; però, quando ero troppo stanca, pensavo di non voler più fare il medico. In quei momenti il maestro mi confortava e mi incoraggiava: «Non temere che i pazienti non ti capiscano o non si fidino: è perché i tuoi meriti non sono ancora completi, e del resto l’avidità, l’ira, l’ignoranza, l’orgoglio e il dubbio degli esseri senzienti sono per natura molto radicati. Poiché hai fatto voto di percorrere la via del bodhisattva, devi trattare ogni essere come un proprio familiare: essi sono tormentati dalla sofferenza della malattia e, poiché conosci la medicina, non puoi restare a guardare senza far nulla. È vero anche che c’è chi inganna la gente esercitando la medicina, e i pazienti temono di essere raggirati: tu affidati alle circostanze, e i pazienti che hanno un legame karmico con te si fideranno naturalmente e guariranno sotto le tue cure».
Durante l’attività medica cercavo comunque di ritagliare del tempo per meditare seduta e coltivare la concentrazione meditativa, e leggevo anche i sutra. L’unico sutra che il maestro mi consigliò di leggere fu il Sutra di Vimalakirti. In quel periodo, durante la meditazione, talvolta mi servivo anche delle recitazioni di mantra e dei mudra del Vajrayana per aiutarmi ad aprire i chakra. Spesso, nella concentrazione meditativa, mi venivano in mente metodi di pratica e realizzazione, e li adottavo per il mio studio e la mia pratica. Il maestro non si curava molto di quale pratica seguissi; diceva soltanto: «Nessun metodo è giusto o sbagliato, buono o cattivo: basta che la visione sia corretta». Nella meditazione appresi inoltre, da una maestra, il metodo della Santa Madre di Bashan, e da Yuanshi Tianzun l’alchimia femminile superiore. (Così, nella concentrazione meditativa, imparai da Yuanshi Tianzun l’alchimia femminile superiore e, da un’altra maestra, il metodo della Santa Madre di Bashan.)
Il maestro mi comunicò che il terzo pellegrinaggio ai monti sacri sarebbe stato alla sede di Samantabhadra: il Monte Emei. Questa volta fu mio fratello minore ad accompagnarmi. In famiglia c’erano alcune obiezioni, ma nessuna opposizione particolarmente accesa. Il maestro disse che era il merito del mio osservare il «precetto della sopportazione». Trascorsi quindici giorni sul Monte Emei: alloggiavamo nei monasteri lungo il cammino, avanzavamo ammirando il paesaggio, entravamo in ogni monastero che incontravamo e, quando calava la notte, ci fermavamo in quello più vicino. Ciò che del Monte Emei mi rimase più impresso fu che il cibo vegetariano dei suoi monasteri era squisito e il paesaggio magnifico. Sulla Cima d’Oro incontrai Samantabhadra: anche lei tornava da lontano e, appena mi vide, scese di slancio dal dorso del suo elefante bianco. Aveva assunto l’aspetto di una giovane fanciulla, con i capelli raccolti in tante treccine legate con nastri colorati. Era molto calorosa, con una risata sonora: bevemmo il tè e chiacchierammo insieme, e quando me ne andai mi regalò molti sutra e doni.
Non passò molto tempo dal mio ritorno dal Monte Emei che ricevetti di nuovo una comunicazione dal maestro: dovevo recarmi in pellegrinaggio alla sede di Ksitigarbha, il Monte Jiuhua. Anche questa volta cercammo alloggio nei monasteri, ma sulla vetta del Monte Jiuhua accadde un episodio spiacevole. Desideravo molto alloggiare nel monastero sulla cima del Monte Jiuhua; mio fratello si rivolse alla sala degli ospiti di quel monastero per chiedere un posto dove alloggiare, ma il monaco addetto alla sala, che in quel momento era arrabbiato per chissà quale motivo, rifiutò con fare furibondo. Mio fratello tentò di insistere, e quel monaco si adirò ancora di più, tanto da scoppiare in improperi e volerlo cacciare via. Io, in piedi sulla soglia della sala degli ospiti, ero molto addolorata: come poteva un monaco comportarsi così? Per non parlare di compassione e mezzi abili: non aveva nemmeno la più elementare cortesia.
Scendemmo così dalla vetta e alloggiammo in un monastero appartato, non lontano dalla cima. La sera, nella concentrazione meditativa, salii alla Cima d’Oro: Ksitigarbha uscì in persona. Manifestava una forma maschile, era molto alto, dall’aspetto maestoso, teneva in mano un bastone da monaco e aveva un portamento regale. A proposito di quanto era accaduto di giorno, gli dissi: «Come sono i tuoi discepoli qui?» Il Bodhisattva, che non era d’accordo, rispose: «Come sono? I miei discepoli sono fatti così. Perché insisti ad alloggiare sulla vetta?» Risposi che sentivo che l’energia di quel luogo era buona e volevo meditare la sera. Il Bodhisattva disse: «Se di fronte a questa faccenda non fai distinzioni e non ti adiri, avrai già meditato sulla vetta per tutta la notte». A quelle parole mi risvegliai come da un sogno e dentro di me gridai la mia vergogna. Da quando ero diventata così attaccata alle apparenze? In seguito, nella concentrazione meditativa, vidi Ksitigarbha altre volte: assumeva forme diverse, ma non era mai severo come quel giorno, né parlava in modo brusco e scortese: era molto affabile e gentile.
Dopo aver completato il pellegrinaggio ai quattro grandi luoghi sacri del buddismo, trascorsi ancora circa due anni a praticare e a esercitare la medicina a casa. Ogni tanto andavo al Monte Wutai per brevi ritiri: durante i ritiri, di solito, a volte non mangiavo, a volte mangiavo un solo pasto al giorno. Tutto il tempo era dedicato alla meditazione seduta o alla lettura; in realtà non si trattava nemmeno di un vero ritiro: era solo il modo di sottrarmi per qualche giorno alle faccende del mondo e alle interferenze delle sette emozioni e dei sei desideri, per praticare e realizzare in pace.
Ricordo che un inverno alloggiavo in una piccola locanda sul Monte Wutai. Spesso stavo sul balcone del secondo piano a guardare il paesaggio innevato. Ogni mattina vedevo un monaco vestito di stracci che, ogni tre passi, si prosternava in direzione del picco Dailuo. All’epoca nutrivo un certo pregiudizio verso chi si ostinava nelle pratiche ascetiche, pensando che fosse un cercare il Dharma fuori dalla mente. Un giorno il maestro mi disse all’improvviso di salire al picco Dailuo prosternandomi a ogni passo. Pensai che probabilmente il maestro avesse scoperto che avevo avuto pensieri discriminatori verso quel monaco e volesse punirmi. Il picco Dailuo ha 1080 gradini; la sera prima era nevicato e sui gradini si era accumulato uno spesso strato di neve.
Indossai giacca e pantaloni di cotone imbottito, mi misi un paio di guanti e cominciai a salire. Il maestro disse: «Non pensare a nulla: rilassa corpo e mente e recita sottovoce “Namo al Bodhisattva Manjushri della Grande Saggezza”». Naturalmente ubbidii. Di solito salivo molte volte al picco Dailuo e, a metà strada, rimanevo sempre senza fiato. Ma questa volta, più salivo e più mi sentivo a mio agio, leggero come se mi fossi prosternato un paio di volte su un terreno pianeggiante. A metà salita alcuni turisti mi passarono accanto, e sentii uno di loro dire: «Poveretto, la giacca imbottita è tutta fradicia». Un altro disse: «Chissà per quale fatica si sottopone a tutto questo!». A quelle parole avrei voluto alzarmi e dir loro: «Non è faticoso, sto benissimo».
Sentii l’energia di tutto il corpo rinascere come un ghiacciaio che si scioglie al disgelo. Tutto il corpo era caldo e avvolgente, mente e corpo distesi, il volto aperto in un sorriso. Giunto in cima, scoprii che il mio respiro era lungo e profondo, come se fossi appena entrato in meditazione, e vidi sbocciare, uno dopo l’altro, fiori di loto nei miei occhi, nella mia bocca e nelle mie orecchie.
Da allora, quando vedo chi pratica le austerità, nel cuore provo sempre approvazione e gioisco con loro. Le loro esperienze interiori forse non le comprenderemo mai: qualunque pratica, purché sia adatta a te, è la migliore.
In seguito andai in Tibet insieme a mio fratello e a un amico. Al Palazzo del Potala incontrai il Grande Maestro Tsongkhapa, che mi illustrò alcuni insegnamenti del Vajrayana. Passando davanti a una stanza in cui si trasmettevano gli insegnamenti segreti, chiesi ridendo al Grande Maestro Tsongkhapa: «Esiste davvero un segreto da trasmettere?». Il maestro rispose: «C’è davvero un Dharma segreto. Se non ci credi, entra pure e te lo trasmetto». Lo seguii nella stanza e lo vidi sedersi su un seggio di fronte a me. Mentre ero in piedi davanti a lui, d’un tratto divenne estremamente solenne, e in un istante fui contagiato anch’io da quell’aura, diventando profondamente riverente. Dalla sua bocca uscirono lentamente le parole: «Niente avidità — — — niente ira — — — niente ignoranza — — — niente arroganza — — — niente dubbio». A ogni paio di caratteri che pronunciava, dall’alto dei capelli alla punta dei piedi venivo d’un tratto travolto da una cascata di luce bianca che mi purificava. Quando ebbe finito di pronunciarle, corpo e mente erano un unico chiarore, la mente calma e serena, e tutto il mio essere fu completamente purificato…
Una volta, durante una meditazione profonda, entrai nel cuore dell’Himalaya. Là vidi due colonne di ghiaccio a forma conica, perfettamente lisce, vuote all’interno e con un’apertura in cima. Seppi che dentro c’erano delle persone, così entrai dall’apertura superiore per far loro visita. In effetti, dentro sedeva un praticante che, al vedermi, si rallegrò molto e con grande gentilezza mi fece alcune domande. Mi disse che nell’altra colonna di ghiaccio viveva suo fratello maggiore: entrambi praticavano il Mahamudra del Vajrayana e si trovavano lì da oltre trecento anni. Dentro, la temperatura era così rigida che il respiro si condensava in ghiaccio, e la nostra conversazione scorreva in perfetta sintonia. In quel periodo stavo trasformando il chakra del cuore e sentivo un forte dolore al petto. Mi guardò e disse: «Attento: il veleno dei meridiani potrebbe attaccarti il cuore, la tua energia è insufficiente». Poi mi fece tendere le mani e oppose i suoi palmi ai miei; dal suo corpo sembrò sprigionarsi una potente corrente elettrica che si diffuse rapidamente in tutto il mio corpo.
La cosa durò circa mezz’ora. D’un tratto ritirò i palmi e, con un filo di voce, mi disse: «Ho appena trasferito tutta la mia energia nei tuoi canali; spero che tu possa presto raggiungere la pienezza e diffondere ampiamente il Dharma del Buddha». Rimasi sconvolto e per un momento non seppi cosa dire. Lui sorrise di nuovo e disse: «Non è nulla; in questi giorni avevo comunque intenzione di entrare nel parinirvana, quindi questa energia non mi è più di grande utilità. Me ne vado; ti prego di andare laggiù ad avvisare mio fratello maggiore». In un batter d’occhio mi ritrovai nell’altra colonna di ghiaccio e dissi alla persona che vi si trovava: «Tuo fratello minore sta per entrare nel parinirvana!». A quelle parole, l’uomo si librò nell’aria e scomparve fuori dalla colonna. Poco dopo tornò, con un’ombra di dolore sul volto. Mi guardò con occhi di rimprovero, poi borbottò: «Prima di andarsene non ha nemmeno salutato». Con dolore gli raccontai di nuovo per filo e per segno quanto era accaduto. Dopo aver ascoltato, rimase a lungo in silenzio assorto, poi disse: «Non devi essere triste: non è colpa tua. Tra noi fratelli e te c’è un legame di affinità; siamo già stati nel mondo umano per oltre trecento anni, ed è giunto il momento di andarcene. Se prima di partire possiamo esserti stati di qualche aiuto nella pratica, ne siamo molto lieti». Detto questo, balzò d’un tratto in aria, si capovolse e appoggiò la sommità della testa contro la mia; compresi all’improvviso la sua intenzione e cercai di impedirglielo, ma era già troppo tardi: la mia testa sembrava incollata alla sua e non potevo oppormi in alcun modo. La sua energia si riversò dalla sommità del suo capo con la forza travolgente di un maremoto; in pochi minuti si voltò, scese dalla mia testa e, assunta la posizione del loto, entrò nel parinirvana. Rimasi seduto immobile accanto a lui, col cuore in tempesta; quando finalmente mi fui calmato, invocai in silenzio il maestro. Il maestro apparve fuori dalla colonna di ghiaccio: sapeva già tutto ciò che era accaduto, e mi fece prosternare alcune volte davanti alla colonna… Nell’Himalaya ebbi ancora diversi incontri straordinari, e ancora oggi, ripensandoci, ne sono profondamente commosso. E mi fanno spesso pensare che ciò che do agli altri è davvero troppo poco. Rimasi nelle terre tibetane per poco più di venti giorni.
Dopo il ritorno dal Tibet, la trasformazione del corpo fu piuttosto intensa; la più dolorosa fu l’apertura e la trasformazione dei canali energetici della gola. Rimasi a letto senza potermi alzare, completamente privo di forze: non potevo parlare, non potevo mangiare, e persino bere acqua era come se una lama d’acciaio mi squarciasse gola ed esofago. Cercavo di comunicare con gesti e parole scritte, dicendo ai familiari di non preoccuparsi per me. Ogni notte, in piena mezzanotte, i canali energetici dei miei due polmoni si gonfiavano all’improvviso, come se con una pompa si iniettasse aria nei polmoni. In quei momenti dovevo subito accovacciarmi o mettermi in ginocchio sul letto; era un dolore che non si può descrivere. Se non fosse stato per il maestro che mi incoraggiava al mio fianco, credo che sarei crollato dal dolore. Dopo che questa situazione durò una quindicina di giorni, all’improvviso tutti i sintomi scomparvero in una notte. Ero pieno di energia e leggero in tutto il corpo; quando la mattina mi sedetti di nuovo nella posizione di meditazione sul cuscino del soggiorno, le lacrime di commozione mi rigarono il volto: finalmente potevo di nuovo meditare seduto. Accanto all’edificio in cui abitavo allora c’era una centrale elettrica che ogni mattina, dalle tre in poi, emetteva gas di scarico dal grande camino; per questo, la mattina, l’aria a casa mia era pessima. Ma quel giorno, durante la meditazione, quando quegli odori pungenti entrarono nelle mie narici, scoprii all’improvviso che si erano trasformati: nella mia gola diventavano freschi e vagamente dolci, come se stessi inspirando ossigeno puro. I miei polmoni sembravano essersi trasformati in un depuratore. Eccitato, riferii la notizia al maestro, che però non se ne mostrò convinto e disse: «Non rallegrarti: i canali energetici della tua gola non si sono ancora trasformati del tutto; il chakra della gola si è aperto solo per un terzo. Alcuni canali si ostruiranno di nuovo. Ne riparleremo più avanti».
La trasformazione dei canali energetici dell’orecchio non è molto dolorosa. Innanzitutto, nella parte posteriore della testa, nel punto Yuzhen, sopraggiungono intorpidimento e gonfiore; durante la meditazione seduta, nelle orecchie risuonano esplosioni e cinguettii di uccelli, e l’udito di entrambe le orecchie si indebolisce e diventa ottuso. A volte, in meditazione, dalle orecchie fuoriesce una luce a forma di cono, insieme a varie immagini capovolte. Una volta, in samadhi, vidi Manjushri arrivare con un bambino, dicendo che voleva purificarmi la radice dell’udito: il bambino reggeva una ciotola d’acqua, mentre Manjushri si trasformò in un vecchio monaco che, con non so quale strumento, si mise a pulirmi l’interno delle orecchie. Vedevo soltanto che dalle mie orecchie usciva di continuo una sostanza densa e sporca. L’acqua usata da Manjushri era l’acqua delle otto virtù, appena prelevata dalla Terra Pura dell’Ovest. Proprio allora passavano di lì due anziani: quando furono quasi accanto a me, si fermarono tenendosi il naso, dicendo: «Come può puzzare così tanto!», e mi guardarono con sguardo disgustato. Udito ciò, il bambino disse ai due anziani: «Non siate irrispettosi.» I due anziani non dissero più nulla e si limitarono a osservare in silenzio da un lato, con il naso tappato. Mi parve che Manjushri mi lavasse per circa mezz’ora prima di andarsene. Uscita dal samadhi, mi sentii subito la mente lucida e lo spirito fresco, ma le orecchie mi facevano un po’ male. Alcuni giorni dopo ero in piedi sul ciglio della strada ad aspettare un taxi. All’improvviso, tutto il frastuono della strada si trasformò nel suono delle maree che tanto amavo. Davanti a me, le auto e le persone che scorrevano senza sosta, e i palazzi, divennero come un miraggio; perfino io stessa diventai parte di un quadro. Rimasi in piedi in silenzio, corpo e mente dissolti nel suono delle maree, senza accorgermi del trascorrere del tempo, oltre ogni concetto di spazio…
Sebbene in samadhi io riesca a portare a termine rapidamente ogni tipo di pratica, sento che la trasformazione dei canali energetici del corpo procede comunque un passo alla volta, e in modo molto lento. Finora vorrei mettere per iscritto, in breve, le leggi della mia trasformazione fisica. Quando cominciai a sedere in meditazione, mi limitavo a imparare e a giocare tra i vari stati. (Credo che ciò fosse dovuto soltanto alle affinità karmiche delle mie vite passate e all’aiuto dei miei maestri.) Dopo aver appreso ciò che i maestri mi avevano trasmesso, al contrario la mia esperienza non fu diversa da quella di chiunque si sieda a meditare. Solo che entrai subito nel livello della luce: stati e pensieri diventavano sempre più rari, e per la maggior parte del tempo dimoravo in una luce bianca, immobile e imperturbabile. A volte mi sembrava di essere stata dissolta nella luce, e non riuscivo a vedere nessuno dei canali di cui parlano i libri. Ma a volte, in meditazione, riuscivo a vedere il mio stesso cuscino. Dimorai nella luce bianca o in una luce senza alcun colore: solo dopo oltre un anno così cominciai a scorgere confusamente il mio canale centrale, il canale sinistro e il canale destro. Vedevo i miei organi interni, gli arti e i cento canali; udivo il battito del cuore come un tuono, il suono del sangue che scorreva come un ruscello che canta gorgogliando, il suono della rotazione della Terra, l’eco del vuoto sconfinato dell’universo e il suono del mio stesso respiro; e in più percepivo l’odore fetido che emanava dai pori di tutto il corpo, tanto da sentire che il corpo umano è davvero rozzo e insopportabile. In quel periodo ero profondamente stanca del mondo, e in me sorse una forte rinuncia. Con il crescere della padronanza del samadhi, la mia mente divenne sempre più concentrata e non si lasciava più disturbare dalle cose suddette, eppure sorgevano ancora pensieri. Un giorno, all’improvviso, sentii che il respiro polmonare si era fermato: erano il respiro di tartaruga e il respiro embrionale che comparivano a più riprese tra il chakra della corona e il basso ventre. Dopo qualche tempo, il vertice del capo si raffrescava di continuo, più o meno una volta ogni pochi minuti. Con un ulteriore passo avanti, il respiro embrionale scomparve e sembrò che un soffio di qi si fosse fermato all’altezza delle vertebre toraciche: non era nel canale centrale, ma nella colonna vertebrale. Quel poco di qi restava lì coagulato, immobile, e ti permetteva di stare senza mangiare, senza bere e senza respirare: pareva che potessi restare seduta per quanto tempo volessi. Dal momento in cui il respiro si fermava, i pensieri vaganti non potevano più sorgere. Quando il respiro embrionale si è manifestato per un po’, si accende il tummo e il basso ventre si riscalda: allora, se la consueta arte dell’osservazione (cioè il saper tenere bene a freno il sorgere dei pensieri) si accompagna all’arte del samadhi, insieme all’apparire del segno del calore si mette in moto il vero respiro, e si avverte soltanto che tutti i canali sono colmi di un vero qi, denso e vaporoso. Tutto il corpo è caldo e morbido, di una piacevolezza estrema, e nello stesso tempo il cuore è colmo di una gioia senza pari. Questa è una piccola parte delle trasformazioni fisiche del mio percorso di pratica e realizzazione; credo che compaiano nella pratica e realizzazione di chiunque. La trasformazione fisica spinge anche quella psicologica a trasformarsi, purificando così le tendenze abituali e aprendo la saggezza. E ciò che permette l’accumularsi dell’energia che trasforma il corpo è, oltre alla padronanza del samadhi, soprattutto la vastità della capacità della mente. Una volta lessi nelle scritture buddhiste che in un singolo poro c’è un mondo, e non riuscivo a comprendere uno stato simile: pensavo, quanto dovrebbe essere grande quel corpo? E come potrebbe mai vedere in un istante la situazione di ogni poro e di ogni mondo? Quando in una delle meditazioni sperimentai all’improvviso questo stato di persona, sentii di essermi trasformata in un grande specchio rotondo: vedevo che in ogni poro del mio corpo sedeva o stava in piedi un Vajra, e di ogni Vajra vedevo con perfetta chiarezza l’espressione e i movimenti. Vedere i tremila mondi era davvero come vedere un frutto nel palmo della mano: tutto limpido a colpo d’occhio. La cosa importante fu capire che il mio corpo non si era ingrandito: era la capacità della mente ad abbracciare il grande vuoto, una capacità così grande che nulla le è esterno, e così piccola che nulla le è interno. Sebbene in passato avessi letto i resoconti delle scritture, erano sempre stati come nuvole di fumo davanti agli occhi; ma una sola esperienza diretta mi è giovata per tutta la vita. In quel momento compresi davvero che questo corpo, con il suo nome e la sua forma, è il falso io, e riconobbi il volto originario del vero io; i koan della scuola Chan, come «In fondo, una monaca è fatta di donna» o «In fondo, le narici sono rivolte verso il basso», mi si illuminarono all’improvviso, e non potei fare a meno di scoppiare in una fragorosa risata. Quando uscii da quel samadhi, piansi: grata al mio amato maestro, grata alla compassione di tutti i Buddha e di tutti i Bodhisattva!
Un mio amico mi disse: «In questi anni di pratica hai dato troppo poco alla famiglia. E ora vuoi di nuovo andare nel Guangdong, a mille li di distanza, facendo sì che i tuoi genitori si preoccupino e stiano in ansia per te. Come dice l’antico proverbio: “finché i genitori sono in vita, non si viaggia lontano”. Non è forse troppo egoista da parte tua?» Gli risposi: ci sono molti modi per ripagare la loro bontà. Ho vissuto con i miei genitori per oltre vent’anni, eppure il fatto di averli accanto non li ha mai fermati dal preoccuparsi, dal soffrire, dall’essere tormentati da malattie e dolori. Innumerevoli volte li ho visti dibattersi nel vortice delle afflizioni, senza poter far nulla. Hanno entrambi superato i sessant’anni: resta loro poca vita. Non so se, al momento della morte, riusciranno a rinascere nella Terra Pura che desiderano. Credo fermamente nella legge di causa ed effetto: la mia pietà filiale consiste nel liberare i miei genitori dal samsara di vita in vita, perché in vita dopo vita non abbiano più afflizioni.
Per quanto dicessi così, al momento della partenza, guardando i genitori ormai anziani e il mio bambino piccolo, dentro di me combattevo in silenzio. Non potevo fare altro che dedicare loro tutti i meriti della mia pratica, e dedicarli a tutte le persone che mi avevano dato aiuto e amore…
A Guangzhou ho percepito la sua vastità e la sua accoglienza, e ho iniziato ad amare questa città.
A Guangzhou ho stretto legami con le persone esercitando la medicina. Sei mesi dopo ho formulato l’aspirazione di recarmi in un monastero in una certa zona del Guangdong per aiutare a costruire un luogo di pratica, ma per vari motivi le cose non sono andate come desideravo. Pensavo che la mia aspirazione fosse buona, ma perché i Buddha e i Bodhisattva non mi hanno benedetto, lasciando maturare le circostanze avverse? Esaminando con cura i miei pensieri e le mie intenzioni, mi sono accorto di essere attaccato alle «condizioni»: sentivo di avere un legame con alcuni maestri e che il monastero fosse un luogo di pratica di mio gradimento. Basta un attimo di attaccamento perché la mente devii dal Dao, ed è naturale che le circostanze avverse maturino. Prima credevo che solo i luoghi in cui si manifesta il «Dao» fossero luoghi di pratica; in realtà ero sbilanciato verso le «condizioni», verso la purezza, la solennità, verso la coltivazione visibile e i dharma condizionati. Quando ho lasciato il monastero, ho avuto un’improvvisa illuminazione: nei tremila mondi, qual è il luogo che non è un luogo di pratica, dove non si manifesta il Dao! «In un fiore c’è un mondo, in una foglia un Tathāgata.» L’avevo recitato in passato, ma mai con la profondità di quell’esperienza. Di nuovo nel brusio della folla cittadina, ero come un pesce nell’acqua. È il mondo terreno il luogo di pratica più grande e perfetto: solo dal fango può nascere il loto immacolato. Una persona veramente completa, con un solo pensiero, può influenzare i tre regni. Il luogo di pratica è nel suo corpo, nella sua parola e nella sua mente. Esporre il Dharma a una persona o a decine di migliaia di persone non fa alcuna differenza. Quando diventi l’incarnazione del Dao, ogni tuo pensiero e ogni tua intenzione predicano il Dharma, e le tue parole risuonano come il ruggito del leone: che senso ha parlare di «diffondere il Dharma»?
Ora a Guangzhou ho molti amici, e quasi tutti mi rivolgono sempre la stessa domanda: perché sei venuto a Guangzhou? A volte trovo qualche scusa per liquidarli, ma qui voglio dire questo: se per un solo istante comprendi cosa siano l’uguaglianza, la fraternità e la compassione, allora tutte le tue azioni non avranno più bisogno di ragioni, e non chiederai più al tuo maestro: perché? In tutto il percorso di pratica possiamo lasciar andare la famiglia, la carriera, gli amici, la fama e il profitto, tutte le cose esteriori; ma alla fine scopriamo di non riuscire a lasciar andare noi stessi! Il processo di dissoluzione dell’attaccamento all’io è assistere, impotenti, alla propria morte e alla propria rinascita. Solo questo è il vero e compiuto frutto della buddhità. Per raggiungere questo livello devi entrare nel grado della fraternità e della grande compassione, altrimenti non sarai mai completo. In quella qualità di non-io, ogni azione è soltanto ciò che le cause e le condizioni richiedono.
Nel marzo di quest’anno ho completato la visita dell’ultimo grande luogo sacro del buddhismo cinese: il Monte Jizu, nello Yunnan. In cinque, abbiamo prima alloggiato in un piccolo monastero ai piedi della montagna, il Monastero Fangguang, e il giorno dopo siamo andati alla Porta Huashou. La strada era piuttosto accidentata; quando siamo arrivati a un piccolo tempio, eravamo tutti esausti e senza fiato. Ho visto scritto sopra la porta del tempio: «Ogni richiesta sarà esaudita», e ho pensato che dentro probabilmente fosse venerata Guanyin. Entrando, ho visto che la statua non assomigliava per niente alla Guanyin che di solito si venera nei templi. Ho pensato: qualunque bodhisattva sia, gli rivolgerò una supplica. Dopo aver visitato innumerevoli templi, per la prima volta ho supplicato il bodhisattva con devozione sincera, profondo rispetto e senza un solo pensiero estraneo nella mente, chiedendo che proteggesse la salute dei miei genitori, ed ero disposto a dedicare ai miei genitori i meriti della mia pratica. All’improvviso la statua davanti a me ha irradiato una grande luce dorata. Nell’aria è apparsa la maestosa immagine del venerabile Mahakasyapa, che ha detto: «Esaudirò il tuo voto!» E ho visto i miei genitori apparire anch’essi nell’aria. Il venerabile ha cosparso le loro teste con l’acqua dalle otto virtù presa ai piedi della montagna, poi l’immagine è scomparsa. In quel momento mi sono reso conto all’improvviso che eravamo già arrivati alla Porta Huashou. E in effetti, dietro il piccolo tempio c’era la grotta dove il venerabile Mahakasyapa, conservando la propria forma, dimora nel mondo in samadhi. Mi sono seduto di nuovo in silenzio davanti all’ingresso della grotta; entrato in samadhi, ho visto alla porta della grotta un guardiano del Dharma appoggiato a una grande spada, e sulla sua spalla sinistra era posato un grande uccello bianco. Quell’uccello è il messaggero del venerabile Mahakasyapa; spesso conduce gli esseri che hanno un legame di affinità a vedere il venerabile Mahakasyapa. La porta della grotta si è aperta e il guardiano del Dharma che stava all’ingresso mi ha invitato a entrare. Dentro, la grotta era molto grande; un fascio di luce scendeva obliquo dall’alto. Ho seguito la direzione della luce per una quindicina di passi e ho visto il venerabile Mahakasyapa, che indossava una lunga veste grigia, teneva in mano un rosario di grani, era alto di statura e se ne stava lì in modo disinvolto e sereno. Vedendomi camminare guardandomi intorno, ha detto solo con calma: «Non guardare: nella mia grotta non c’è nulla. Esci dalla grotta e sali verso l’alto: lì troverai un’ottima cucina vegetariana.» Ho sorriso anch’io e mi sono voltato per andarmene.
Uscito dalla grotta, mi sono accorto di avere davvero lo stomaco vuoto; anche i compagni di viaggio erano affamati. Dopo aver mangiato a sazietà in tutta fretta in un ristorante vegetariano, ci siamo preparati per il ritorno. Passando davanti alla Porta Huashou, ho sentito all’improvviso il bisogno di salutare il venerabile Mahakasyapa. Ho visto il venerabile Mahakasyapa uscire dalla grotta, come se si apprestasse a un lungo viaggio; mi sono congedato da lui, ma lui si è limitato ad agitarmi la mano, come a dire: vai pure. Dentro di me mi sono sentito un po’ offeso. Pensavo: siamo venuti da così lontano a renderti omaggio, avresti pur potuto dirci qualcosa, magari un insegnamento. Mahakasyapa aveva già compreso il mio pensiero. Ha detto: «Quando mai sei venuto? E quando mai te ne sei andato?» Rimasto lì a guardare il venerabile che si allontanava, non ho potuto fare a meno di sospirare e di ridere delle mie abitudini e del mio attaccamento. Noi non riusciamo mai a vivere nella semplicità: cerchiamo sempre qualcosa con una mente che si aggrappa alle cose, senza capire che la semplicità è il vero significato della Via, per cui nulla viene e nulla va. E io, a che cosa ancora mi aggrappo e mi affanno?
Qui mi viene in mente che, appena arrivato a Guangzhou, la prima cosa che ho fatto è stata recarmi al Monastero Nanhua per rendere omaggio al corpo incorrotto del Sesto Patriarca. Inginocchiato con rispetto davanti al corpo incorrotto del Sesto Patriarca, ho fatto qualche prosternazione e poi ho fissato dritto la sua immagine, per vedere com’era fatto. In quel momento, all’improvviso, i tre corpi incorrotti della sala principale si sono trasformati in tre bodhisattva. Mi hanno guardato e hanno sorriso tra loro, allora ho detto: «Salve, tre bodhisattva! Venerabile Sesto Patriarca, vorrei chiedere: qual è in realtà il Dharma del cuore della scuola Chan tramandato dal Patriarca Bodhidharma?» Il Sesto Patriarca ha sorriso leggermente, e dal suo cuore si è improvvisamente irradiata una luce bianca che in un istante ha avvolto l’intera sala. Nella sala sono apparsi innumerevoli fotoni luminosi che fluivano in circolo, e tra i fotoni vi erano innumerevoli caratteri «cuore», grandi e piccoli. Ero avvolto da un campo potente e sentivo me stesso dissolvermi lentamente. Sono diventato un’esistenza: esistevo al di là di tutto, e insieme sentivo di fluire con i fotoni, diventando un flusso di gioia. Fotoni e cuori roteavano. Ero purificato e lavato. Non so quanto tempo sia passato: sono uscito da quello stato e la sala aveva già ritrovato la calma. L’immagine del corpo incorrotto del Sesto Patriarca era di nuovo seduta lì, dritta e composta: niente bodhisattva, niente cuori. Mi sono alzato; nell’attimo in cui stavo per uscire dalla sala, è sorto in me un senso di nostalgia, il desiderio di voltarmi per dare un ultimo sguardo al corpo incorrotto del Sesto Patriarca, e insieme un po’ di dubbio sull’esperienza di poco fa. Proprio mentre mi voltavo a guardare, ho visto il Sesto Patriarca in piedi dietro l’immagine del proprio corpo incorrotto, che con un calcio lo scaraventava giù dall’altare, e poi allungava la mano per strappare via la fascia rossa dalla testa del corpo incorrotto. Ho sentito l’intera sala tremare e innumerevoli polveri cadere dal soffitto. Se il mio cuore si fosse soffermato ancora un istante, ho pensato, il Sesto Patriarca avrebbe smantellato l’intera sala. Mi sono voltato e finalmente me ne sono andato senza più alcun legame né affanno.
Con questo il racconto della mia esperienza di pratica si chiude per ora. Non ho scritto le comprensioni avute in questo percorso né ciò che ne ho ricavato: mi sono limitato a riferire fedelmente ciò che ho visto e udito e alcune esperienze fisiologiche. Poiché ogni persona ha fondamenta diverse, anche gli stati e le esperienze della pratica sono diversi. E ogni essere è unico: non esiste un metodo migliore di un altro, né un’esperienza di pratica più straordinaria di un’altra! Più di dieci anni di cammino nella pratica mi hanno solo fatto comprendere sempre più che cosa sia la vera semplicità; per questo la mente impazzita si è placata all’improvviso, e lavoro, vivo e studio con maggiore concretezza, vivendo pienamente nel presente e godendo con tutto me stesso ogni istante della vita. Per me, con gli occhi aperti o chiusi, tutto è stato di coscienza: questo «io» da coltivare e realizzare, quel «frutto» da conseguire, e i quattro dhyana e gli otto samadhi non sono che stati illusori. Se la mente è priva di discriminazioni e, seguendo le circostanze, resta libera, allora conosci davvero il vero significato dell’eterno. Auguro a ogni compagno di pratica che coltiva e realizza il Dharma di non affrettarsi ad affermare o a negare nulla, e di non prendere alla leggera i risultati della pratica altrui come se fossero la propria visione. Scegli davvero un metodo e realizzalo in profondità con corpo e mente. Devi assaporare personalmente il sapore del Dharma: solo così otterrai un beneficio reale. (Fine)