4. Come scegliere l’alimentazione

  1. Naturalmente, nella pratica e verifica del Dharma, la cosa migliore è seguire un’alimentazione vegetariana.

①. Poiché il vegetarismo rende limpido il qi, i nostri canali restano abbastanza puri: così, quando il corpo subisce la trasformazione fisiologica, è più facile aprire e trasformare i canali del qi.

②. «Mangiare e il desiderio sessuale sono natura umana»: il cibo e i rapporti tra uomo e donna sono i desideri fondamentali dell’essere umano. Se la nostra alimentazione è sobria e leggera, col passare del tempo questo finisce per attenuare anche gli altri desideri: così la mente si fa serena e i desideri scemano, il che giova alla pratica.

③. Il vegetarismo evita di togliere la vita, direttamente o indirettamente: così nella nostra pratica, non creando troppo karma di uccisione, non aumentano le nostre condizioni avverse, e la pratica ne trae beneficio.

  1. A volte, per un motivo o per l’altro, siamo costretti a mangiare carne o a bere alcolici; ma siccome crediamo nel Buddha e nella legge di causa ed effetto, finiamo spesso per trovarci in un conflitto interiore. Penso che in questi casi, prima di mangiare la carne, si possa recitare un mantra interiormente o pronunciare in silenzio il nome dei Buddha e dei Bodhisattva, lasciando che i Buddha e i Bodhisattva compiano attraverso di noi la liberazione dell’animale. Se mentre reciti il mantra la mente è molto serena e la forza del pensiero è concentrata su una cosa sola, anche se la tua forza non basta a liberarlo, puoi comunque alleviare la sofferenza dell’animale nel momento della morte e ridurne la collera: il karma di uccisione creato indirettamente dal tuo mangiare carne risulterà allora molto più leggero.

Un tempo cenavo spesso con parenti e amici; se tra i commensali qualcuno mangiava carne, appena la portata di carne arrivava in tavola compivo la liberazione con la forza della mente. Ogni volta che la compivo vedevo molti animali dissolversi in luce e andarsene, mentre dalla carne in tavola fuoriuscivano grandi masse di energia nera che se ne andavano insieme a loro (perché quando l’animale viene ucciso, la sua sofferenza e la sua collera gli producono tossine nel corpo).

Una volta ho compiuto la liberazione per un pesce che veniva arrostito su una piastra di ferro. Ho visto che il pesce non era ancora del tutto morto, ma era già stato deposto sulla piastra; ho sentito un grido lacerante che non era affatto il verso di un pesce, ma la voce di una ragazzina di quattordici o quindici anni. Per l’estremo dolore, il pesce in un attimo perse anima e spirito. Per compiere questo tipo di liberazione devo entrare in samadhi all’istante e ricomporre la sua anima dispersa: è una liberazione piuttosto faticosa. Se la nostra forza di pensiero non basta e non sappiamo recitare mantra, quando mangiamo carne facciamo spesso opere di liberazione di animali, oppure andiamo al tempio a far compiere la liberazione per gli animali che abbiamo mangiato: anche così accumuliamo un po’ di buon karma per compensare la colpa.

Un tempo qualcuno mi chiese: «Ma Jigong, il buddha vivente, non mangiava anche lui carne? “Il vino e la carne passano attraverso l’intestino, il Buddha resta nel cuore”.» Jigong era un buddha vivente: quando mangiava carne di cane, liberava quel cane sul momento; la forza benedetta del suo corpo, della sua parola e della sua mente era inconcepibile. Se non hai raggiunto il livello di un buddha vivente, è meglio non imitare Jigong. Inoltre anche il buddismo tibetano mangia carne, ma ciò è determinato dal particolare ambiente geografico e da particolari metodi di pratica. Anche se l’alimentazione non è il punto di partenza più importante per la nostra piena e definitiva liberazione, se riusciamo a prestare attenzione a ogni aspetto, le buone condizioni della pratica aumentano e la pratica procede un po’ più agevolmente. Chi pratica restando nella vita di famiglia deve guardarsi dal farlo con attaccamento alle forme esteriori.

Per esempio: una persona che osserva il vegetarianesimo integrale, se il cuoco non sta attento e non lava bene il tagliere su cui è stata tagliata la carne o la padella usata per i cibi di carne, appena percepisce un minimo sapore di grasso animale monta in collera; a volte arriva persino a credere che gli altri vogliano rovinare deliberatamente la sua pratica, senza capire che «al sorgere di un solo pensiero di collera si aprono ottantamila porte di ostacoli»: tutto il merito che aveva accumulato con la dieta vegetariana viene bruciato dalla sua ira. Ai tempi in cui il Beato Shakyamuni questuava con la sua ciotola, se gli esseri gli offrivano carne, lui e i suoi discepoli la accettavano: era un modo per assecondare e agevolare l’offerta degli esseri, ed era anche un’espressione di compassione. Perciò, per chi pratica, la cosa più importante è il sorgere dei propri pensieri e delle proprie intenzioni. Tra avidità, collera, ignoranza, orgoglio e dubbio, se riesci a lasciar andare anche solo un po’, il merito che accumuli è di gran lunga maggiore delle buone azioni che compi nel comportamento esteriore. Per quanto tu mangi vegetariano, osservi il digiuno dopo mezzogiorno, pratichi la generosità e così via, se i tuoi pensieri non cambiano di un nulla, chi non pratica sentirà di non poter stare in sintonia con te, penserà che pratichi con troppa rigidità; al contrario, è meglio che tu sia tollerante, paziente, accomodante e aiuti gli altri con altruismo: anche se mangi carne, gli esseri ti riconosceranno di più le qualità di un Buddha e di un Bodhisattva.

Lascia un commento